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28.11.2009 |
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Il 40% delle donne che hanno avuto un tumore al seno ricomincia a lavorare a due mesi dalla diagnosi, soprattutto se svolge un lavoro d’ufficio. A due anni dalla malattia la percentuale si alza al 74%. Ma il 35% si sente discriminato. E se molte tornano alla stessa attività che svolgevano prima di assentarsi, altre preferirebbero invece ottenere, ma non sempre ci riescono, un part-time. e il 25% deve adattarsi a mansioni diverse. Al reinserimento professionale dopo la malattia e ad altri argomenti di rilevante impatto psicosociale, come la sessualità, la possibilità di avere un figlio, un tempo relegati in secondo piano, è dedicato il convegno
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06.11.2009 |
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Puntualmente arrivano sui giornali e in televisione segnali
di allarme sull’uso dei cellulari, che secondo alcuni potrebbero
favorire lo sviluppo di tumori, soprattutto al cervello.
Sono timori fondati? Non si sa ancora, dicono i maggiori esperti: le prove fin qui raccolte non confermano i timori che l’uso anche prolungato dei telefoni cellulari aumenti il rischio di tumori, ma l’epidemiologia ha bisogno di una trentina d’anni d’uso della nuova tecnologia per chiarire del tutto i dubbi.
I principali centri di ricerca del mondo, come il National Cancer Institute di Bethesda, negli Stati Uniti e l’International Agency for Research on Cancer (IARC), di Lione, in Francia, hanno coordinato grandi studi internazionali per verificare questa ipotesi.
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06.11.2009 |
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Uno studio pubblicato su 'Nature' dal team dell'Ohio State University (Usa) diretto dallo scienziato uruguayano Gustavo Leone, ha individuato una sorta di interruttore che opera nelle cellule del tessuto connettivo delle ghiandole mammarie in grado di accelerare lo sviluppo del tumore al seno. La ricerca aiuta a mettere in luce i complessi legami tra i microambienti tumorali e l'insorgenza del cancro. Il team di Leone ha mostrato che la delezione del gene oncosoppressore Pten nei fibroblasti delle ghiandole mammarie porta allo sviluppo accelerato di tumori al seno nei topi e altre modificazioni nell'ambiente cellulare, come la formazione di vasi sanguigni e l'infiltrazione di cellule immunitarie. La perdita del gene Pten e i cambiamenti determinati a cascata da questo fenomeno nell'espressione genica possono essere osservati anche nel tessuto connettivo dei tumori al seno umani. E questo, scrivono i ricercatori, suggerisce che il sistema di segnalazione messo in luce nei topi potrebbe funzionare nello stesso modo negli esseri umani. Infine, l'influenza del gene studiato su un fattore di trascrizione chiamato Ets2 si e' rivelata cruciale per le funzioni oncosoppressive del gene stesso.
Fonte: Sanitanews.it |
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06.11.2009 |
 Sui media, la medicina è qualcosa che ha a che fare nella migliore delle ipotesi con qualche sensazionale scoperta scientifica. Nella peggiore, con casi eclatanti di malasanità. Nel mezzo, però, c’è molto altro. È il mondo delle persone che convivono con la malattia, le cui vite ne sono state sconvolte, che hanno imparato ad affrontare la paura, che devono dedicare alle cure la maggior parte del proprio tempo e delle proprie energie. Sono storie che nessuno racconta mai. Sicuramente non i giornali, e quasi mai nemmeno i pazienti stessi, perché non saprebbero a quale interlocutore rivolgersi.
Ma se raccontare facesse parte della cura? È quanto hanno scoperto, quasi per caso, alla Fondazione Giancarlo Quarta, attiva dal 2004 nel campo della salute e del sostegno ai malati. “Abbiamo iniziato una ricerca qualitativa per capire quali
fossero i problemi più importanti per i pazienti nel rapporto con i medici” racconta Germano Calvi, specializzato in psicologia, responsabile del progetto UCare. |
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