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IL MALE CURABILE LA SECONDA VITA DI CHI È GUARITO
Scritto da Elena Dusi   
Il cancro non è più un male incurabile. In Italia 1,7 milioni di persone l' hanno messo alle spalle. Ne sono usciti feriti, ma senza più un' ombra di dubbio che la vita sia proprio bella. «Fra poco compio vent' anni e ho organizzato una festa con gli amici veri» sorride Anna Barbera, che vent' anni fa è rinata: le hanno tolto il primo tumore al seno, che poi è tornato, e di nuovo è stato cacciato.

Entro il 2020, ha detto Umberto Veronesi
presentando ieri il progetto "Europa Donna", sarà possibile raggiungere la mortalità zero per il cancro della mammella, con l' aiuto di diagnosi dalla vista sempre più acuta e di tanta prevenzione. Nicola Bertazzoni, 50 anni e un micidiale melanoma alle spalle, dopo essersi ripreso da quello che chiama "il patatrac" ha scalato il K2. «Mai messo piede in montagna prima. Ma non mi andava l' idea che la vita sarebbe potuta finire così. Avevo voglia di un' emozione ». Il 19 giugno 2004, giorno del suo 46esimo compleanno, si è imbarcato per il Pakistan. «Non riuscivo a fare cento metri in bicicletta, ho una gamba che non si muove quasi più, mi manca un pezzo di intestino e soffro di frequenti svenimenti. Quando ho raggiunto la vetta al K2 sono scoppiato a piangere» racconta oggi, mentre torna da un trekking di 7 ore sulle Alpi.

Giuseppe ha scoperto il tumore al testicolo quando era in ospedale per un incidente d' auto. «Il giorno del mio compleanno nel 2000 l' ho passato in sala operatoria. Mi hanno tolto il tumore ed è stato il regalo più bello della vita». Oggi ha accanto a sé la figlia, che è nata sfidando operazione e trattamenti. Il primo bambino invece è arrivato nel bel mezzo dello "tsunami" (come lo chiama lui): «Stavo facendo la chemio e nello stesso ospedale, a ginecologia, è nato mio figlio».

L' esercito dei sopravvissuti si è infoltito grazie alle cure sempre più efficaci, spiegano a Verona al Congresso dell' Aiom, Associazione italiana oncologi medici. Nei paesi occidentali l' incidenza del cancro è in leggero aumento. Ma ancora più rapidamente cresce l' efficacia dei trattamenti, così come si alleggeriscono gli effetti collaterali della che mio.

La prima difficoltà di chi torna a galla dopo lo "tsunami" è ricevere un nome. Di fronte alla parola "guariti" i camici bianchi nicchiano. «Un malato di cancro è come una persona schedata dalla polizia. Da quel casellario comunque non uscirà mai» ammette Mario De Lena, fondatore ed ex direttore scientifico dell' Irccs oncologico di Bari. Controlli, medicine e appuntamenti col medico rimangono una costante per almeno 3 anni dopo la notizia che "se n' è andato".

Ma a restare addosso è soprattutto la paura. «A ogni starnuto il pensiero è sempre quello: è tornato» dice De Lena. «La vita può tornare normale al 70-80 per cento, ma il terrore del giorno del controllo non scompare mai».
Negli Stati Uniti hanno scelto l' espressione "long term survivors", tradotta con "lungo-sopravviventi". «Andrà bene per il rigore scientifico, ma non certo per il buon umore» secondo Marco Venturini, segretario nazionale dell' Aiom.

Oltre al caso di Giuseppe, che è diventato padre dopo un cancro al testicolo, oggi molte donne riescono ad avere una gravidanza dopo la cura. Lucia Del Mastro dell' Istituto tumori di Genova ha appena presentato uno studio al congresso di Verona. «Esiste un trattamento che mette a riposo le ovaie durante la chemioterapia e le protegge. Con la chirurgia conservativa del seno, poi, le madri possono allattare normalmente».

Più in chiaroscuro le notizie dal mondo del lavoro. Solo il 40 per cento delle donne che superano il tumore al seno riprende l' attività due mesi dopo la diagnosi, secondo una ricerca condotta da Maria Rosa Strada della Fondazione Maugeri di Pavia. La colpa è degli effetti collaterali della malattia, dell' affaticamento e della discriminazione (lamentata dal 35 per cento delle donne guarite). Ma per chi riesce a superare gli ostacoli il ritorno al lavoro è descritto come piacevole. «Per la vita sessuale, non è detto che tutto torni come prima» ammette Anna Barbera, che alla sua associazione ha dato il nome di "Progetto Amazzone" per la mutilazione al seno delle guerriere. Oggi a Palermo organizza spettacoli teatrali «con attori sani, malati e guariti. Perché la distinzione è più labile di quanto si pensi. E perché dopo il cancro nulla è più come prima. Eri in faccia alla morte e ne sei uscito. Le idiozie non contano più, resta spazio solo per i valori veri».
È questo cambiamento interno - e non solo il corpo che muta - a provocare la crisi di molte coppie. Oppure a unirle ancora di più. «La malattia - ha imparato De Lena - può diventare la cartina di tornasole di un' unione. A volte emergono problemi sedimentati, altre volte si tirano fuori energie inaspettate». –
Fonte: Repubblica.it
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