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IL DOLORE INUTILE. LA PENA IN PIU' DEL MALATO
Scritto da Sergio Zavoli, Umberto Rondi - Garzanti   

Ippocrate era stato chiaro: compito del medico è curare la malattia, ma altrettanto importante è sedare il dolore. E l'armamentario della medicina si è molto evoluto dall'epoca in cui gli assiri comprimevano le carotidi sino alla lipotimia per anestetizzare i pazienti destinati all'intervento chirurgico. Eppure il dolore viene ancora curato poco e male, anche nel mondo industrializzato, dove nessun ostacolo tecnico impedirebbe di controllarlo a dovere. E tanto più in Italia, ostinatamente ultima nella classifica europea del consumo di oppiacei, parametro che l'Organizzazione mondiale della sanità considera un valido indice della bontà delle cure analgesiche. Anche dopo la nuova legge del 2001 per agevolare l'uso degli oppiacei, la situazione stenta a cambiare; perché a mutare dev'essere prima di tutto l'atteggiamento timoroso, dei medici come dei malati e dei loro familiari. Sergio Zavoli ha sperimentato sui suoi cari le conseguenze di tale diffidenza: per lunghi anni il padre, preda di ricorrenti crisi dolorose per un aneurisma, si vedeva centellinare il farmaco che placava il male e gli restituiva la pace senza provocargli alcun danno, solo a causa delle convinzioni del suo medico. Il vissuto personale è però solo lo stimolo per analizzare a tutto campo l'esperienza del dolore come fenomeno globale, che coinvolge la sfera fisica come quella psichica e culturale. Ecco dunque che il libro raccoglie i racconti, le esperienze, le impressioni di una varietà di persone che a diverso titolo hanno voce in capitolo: anestesisti e neurologi, oncologi e chirurghi, specialisti di cure palliative e promotori dei clown in ospedale, ma anche storici della medicina, esperti di organizzazione sanitaria italiani e di altri paesi, religiosi ed esponenti di culture diverse (da Kathleen Foley capo del servizio per il dolore del centro oncologico Memorial Sloan Kettering di New York a Michele Gallucci, direttore della scuola italiana di medicina e cure palliative presso la fondazione Floriani; da Gino Strada, fondatore di Emergency a Giovanni Bollea, celebre neuropsichiatra infantile). In 56 interviste si compone così un quadro dalle tante sfaccettature; si scopre che «in paesi come lo Zambia o il Bangladesh l'analgesico diventa pratica quotidiana nello stesso anno in cui da noi si "liberalizza" la morfina», forse anche perché «l'Occidente è rimasto attardato non solo rispetto al modo in cui l'uomo vive la sofferenza ma anche a quello in cui la comunica: il mondo arabo, per esempio, possiede centinaia di espressioni dedicate al dolore che noi non conosciamo, e questo la dice lunga sulle difficoltà incontrate, da noi, dalla "cultura dell'analgesico" a farsi strada».

Giovanni Sabato