| DAVANTI ALLA MORTE. MEDICI E PAZIENTI |
| Scritto da Sherwin Nuland - Laterza |
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I medici dell'era spaziale studiano i pazienti in maniera davvero scrupolosa, ma attraverso una lente d'ingrandimento estremamente circoscritta; se invece di considerare solo gli aspetti tecnologici fossero più attenti alla tradizione che hanno ereditato, sarebbero senza dubbio medici assai migliori". Così scrive Sherwin Nuland in uno dei passi che spiegano meglio l'argomento del suo libro. Il titolo (Davanti alla morte. Medici e pazienti ,ed. Laterza, Roma-Bari, 2002) non deve infatti trarre in inganno: il tema dominante del libro non è la morte in quanto tale, né tanto meno la morte come termine neutro e assorbente di ogni attività medica. Piuttosto, ciò che domina il testo è l'intento, se si vuole pedagogico ed esortativo, di trasmettere al lettore - soprattutto medico - il senso profondo della professione medica, che Nuland riassume efficacemente nell'espressione "umanitarismo medico". L'interlocutore al quale si rivolge è, pertanto, il medico come persona, prima ancora che come professionista e scienziato: un medico, cioè, intriso di coscienza non meno che di scienza, di passione scientifica non meno che di spinta umanitaria. Monito, questo, per molti versi scontato e fors'anche ridondante, ma più che mai degno di nota in un'epoca che, come quella attuale, vede nella medicina in primo luogo una scienza obiettiva (in ragione della matematizzazione dei procedimenti descrittivi) e sempre più riduzionistica (in ragione della sempre più elevata specializzazione - la "lente d'ingrandimento estremamente circoscritta" di cui si è letto sopra - e solo in secondo luogo un'arte in qualche modo olistica e incerta.Per Nuland è invece proprio quest'ultimo aspetto che permea l'intera vita professionale del medico, che si trova spesso a fronteggiare situazioni e scelte in cui non vi è modo di dedurre quale alternativa sia quella giusta. C'è qualcosa di disarmante in questo cuore di incertezza, qualcosa cui nessuna formazione scientifica, per quanto accurata e approfondita, può venire in soccorso. Solo l'altra formazione, quella umanitaria, può rispondere in modo appropriato. Ma al tempo stesso in cui l'incertezza disarma, essa obbliga il medico consapevole a disporre della sua più ampia formazione umana. In questo senso Nuland parla del ruolo positivo dell'incertezza nella pratica medica - di "incertezza costruttiva". "Possiamo sempre sapere con certezza qual è la strada giusta? Naturalmente no, non possiamo mai esserne certi. Ecco perché prepariamo i giovani nel campo della medicina, non per insegnare loro dati di fatto: li addestriamo a vivere con la presenza costante dell'incertezza, e a prendere decisioni malgrado l'incertezza". Il discorso sull'umanitarismo medico si dipana lungo i tre saggi di cui il libro si compone. Saggi che sono reciprocamente indipendenti per ogni altro aspetto, ma legati da quel filo rosso che traccia la ricerca di una figura del medico a tutto tondo. Il primo saggio è il più coerente con l'indicazione fornita nel titolo: in esso convergono infatti le riflessioni dell'autore sul passo del giuramento ippocratico in cui è scritto "Pur se richiesto, non darò ad alcuno farmaco mortale" e il difficile (e attualissimo) tema del suicidio assistito di pazienti terminali afflitti da grave sofferenza. Fra ricostruzione storica e analisi personale, Nuland conclude che solo per un fazioso equivoco il precetto viene interpretato come esplicito divieto di intervento mortale da parte del medico, ove sussistano le condizioni di inguaribilità , sofferenza irrimediabile e volontà del paziente. Se dal punto di vista storico, infatti, la cultura nella quale Ippocrate viveva, ben lungi dal ritenere immorale il suicidio, indicava in esso "un metodo per tirarsi fuori dalle difficoltà ", la riflessione sul passo del giuramento che precede quello comunemente riportato, in cui è scritto "e mi asterrò da ogni danno e violenza", invita a ritenere dovuto l'aiuto a morire, quando ne ricorrano le condizioni. Gli altri due saggi sono compendi storico biografici sul duplice impegno scientifico e umanitario del medico. Il secondo riguarda il tema del furto di cadaveri a opera delle scuole di anatomia del XIX secolo e coinvolge la questione, spinosa quanto attuale, del consenso (informato) per la ricerca su soggetti umani. Il terzo è invece dedicato alla ricostruzione biografica di "una delle grandi icone della medicina", il chirurgo Theodor Billroth che, per la sua statura scientifica e personale, rappresenta per Nuland "l'epitome del medico completo nella sua forma ideale". Alberto Asero |












