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LA MORTE E IL MORIRE
Scritto da Elisabeth KUBLER-ROSS   
Chi scrive è rimasto colpito dal titolo di questo libro: quando pensiamo alla morte, lo facciamo in termini negativi, ovvero si fa riferimento alla fine della vita, alla fine dell’azione in questo mondo che ci ha accolti fino a questo triste evento. Il non fare più parte di questa realtà ci spaventa, il lasciare tutte le persone care, le nostre attività... Preferiamo sempre parlare il meno possibile di questa eventualità, è quasi un argomento tabù, e ne ho avuta la riprova ogni volta che a qualcuno cadeva l’occhio sul titolo del libro che stavo leggendo, in treno, in un bar, in una sala d’attesa...espressione interrogativa, quasi spaventata, sguardi fugaci su di me quasi a dire “ma fra tutti i libri carini che ci sono guarda cosa legge questa...” o addirittura commenti diretti, “lettura pesante, eh?!”. 
Quando muori non c’è più vita, è la fine di tutto e questo ci spaventa; la morte è assenza, mancanza, la si concepisce dal punto di vista della persona che la subisce come un allontanamento, mentre dal punto di vista di chi rimane è un dolore immenso, da affrontare con coraggio giorno per giorno. In realtà esiste anche l’altra faccia della medaglia, ovvero il morire. 
Ci sono situazioni in cui la morte non è così “semplice”, niente di improvviso e inaspettato, ma un lento e dolorosissimo cammino verso di essa; può sembrare un paradosso, ma la maggior parte delle volte occorre riuscire a “vivere” la morte. Montaigne affermava che la morte è solo il momento in cui il morire ha termine. 
E il libro parla proprio di questo: della differenza fra il malato e la persona, dei suoi sentimenti, desideri, opinioni e del suo diritto di essere ascoltato, ma anche dei sentimenti delle persone che lo circondano in questo passaggio. 
Il libro racconta di come a partire da un seminario di quattro studenti di teologia sulle “crisi della vita umana” sia nato un progetto importantissimo di supporto alle persone morenti e alle loro famiglie, di come se all’inizio ci volevano dieci giorni per riuscire a trovare un malato da intervistare si sia passati alla richiesta del medico o direttamente del paziente. Le interviste sono state svolte prevalentemente nei reparti oncologici o di terapia intensiva, in casi di persone con diagnosi accertate di tumore maligno.
Medici, cappellani di ospedale e personale infermieristico si preoccupano se il malato sia in grado di tollerare “la verità” [...] la questione non dovrebbe essere “dovremmo parlare...?” ma piuttosto “come posso condividere questo col mio malato...?”. Si dice spesso che la gente equipara il tumore maligno a una malattia mortale e li considera sinonimi; ciò è fondamentalmente vero e può essere una benedizione o una maledizione, a seconda del modo con cui il malato e la famiglia sono trattati in questa situazione critica.
E’importante che il medico parli francamente ma allo stesso tempo lasci una porta aperta alla speranza, comunicando che non tutto è perduto, che egli non abbandonerà il malato perché si è fatta una certa diagnosi, rassicurando allo stesso tempo anche la famiglia che di solito si sente terribilmente impotente. Per il dottore questo è un compito estremamente delicato, infatti molte volte costui preferisce non parlare direttamente dell’argomento col malato, ma magari si limita ad informarne la famiglia demandando poi ad altri il confronto diretto. 
Partendo da questa prospettiva la Kübler Ross ha inteso raccogliere testimonianze per ricavarne quello che lei chiama “l’insegnamento dei morenti”: è vero che i diversi malati reagiscono in maniera differente a tali notizie a seconda della loro personalità, dello stile e del modo in cui erano vissuti precedentemente, ma ciascuno di loro con i racconti, le domande, le perplessità o le richieste più o meno esplicite di aiuto ha però contribuito negli anni a individuare delle reazioni tipiche, descritte nel libro, che occorre conoscere e riconoscere per poter offrire un supporto concreto. 
Le persone che usano il rifiuto come difesa principale useranno il rifiuto molto più ampiamente di altri, mentre i malati che in passato hanno affrontato situazioni gravi con coraggio avranno lo stesso atteggiamento nella situazione presente. Resta comunque importante imparare a conoscere un nuovo malato per poter intuire le sue forze e debolezze. 
La prima fase che un malato terminale attraversa è quella di rifiuto e isolamento. “No, io no, non può essere vero”.
 
Questa avviene sia che il paziente conosca la sua reale condizione sia nel caso in cui non sia informato esplicitamente ed arrivi solo più tardi a questa conclusione. Possono considerare la possibilità della morte per un po’ di tempo ma poi devono accantonare questa ipotesi per poter continuare a vivere e questo è positivo, in un primo momento, anche perché il rifiuto viene spesso sostituito a breve da una parziale accettazione, per poi riapparire di tanto in tanto come forma di difesa dal dolore, che va rispettata. L’isolamento avviene più tardi, quando ormai il malato si sente prossimo alla fine e preferisce stare da solo con se stesso. 
La seconda fase è quella della collera: “Perché io?” 
Molto difficile affrontarla, sia dal punto di vista del personale ospedaliero che della famiglia, visto che la rabbia si rivolge a tutto e a tutti, anche senza motivi apparenti.
Forse saremmo arrabbiati anche noi se tutte le attività della nostra vita fossero così prematuramente interrotte [...] che altro faremmo se non sfogare la rabbia contro la gente che pare godere di tutte queste cose? Un malato rispettato e compreso, cui si dedichi attenzione e tempo, abbasserà presto la voce e diminuirà i suoi rabbiosi reclami.
Terza fase: venire a patti. “Se Dio ha deciso di toglierci da questo mondo e non risponde alle mie arrabbiate suppliche, forse sarà meglio disposto se glielo chiedo con delicatezza”.
Il malato sa di avere una piccolissima probabilità di essere ricompensato per buona condotta e di avere concessioni per servizi speciali: il suo desiderio è quasi sempre il prolungamento della vita o la liberazione per alcuni giorni dal dolore e dal disagio fisico. 
La quarta fase è quella più difficile da affrontare dal punto di vista psicologico: la depressione.
Ci sono due modalità di manifestare questo vissuto; la prima avviene come reazione alle cure prolungate, ai ricoveri, cui non segue nessun miglioramento, oppure alla perdita del lavoro conseguente alle assenze ripetute e quindi al peso economico di tutta la vicenda sulla famiglia. Ecco che allora si aggiungono anche vergogna e senso di colpa che subito vanno affrontati, magari proponendo soluzioni alternative o aiutando la famiglia anche semplicemente a livello organizzativo. Il secondo tipo di depressione è invece preparatoria alle perdite che stanno per accadere: in questo caso non vale molto rassicurare e far vedere le cose sotto una luce ottimistica, quanto piuttosto accogliere il dolore ed essere disposti a contenerlo insieme al malato, rispettando anche il suo silenzio. 
L’accettazione: questa non è una fase felice, come può sembrare, è quasi un vuoto di sentimenti, è come se il dolore se ne sia andato, la lotta sia finita e venga il tempo per il riposo finale prima del lungo viaggio.
In questo momento occorre dare più appoggio verbale alla famiglia, che si sentirà rifiutata e messa da parte, mentre al malato si potrà dare un appoggio più fisico, come il tenere la mano in silenzio, garantendo comunque una presenza costante fino alla fine. 
È in questo momento che il paziente può chiedere esplicitamente aiuto per far accettare la situazione anche ai familiari, i quali magari si accaniscono nel rifiuto o insistendo per effettuare terapie al fine della guarigione. La famiglia del malato affronta alla stessa maniera le varie fasi del rifiuto, collera, senso di colpa fino ad arrivare all’accettazione e preparazione all’evento. Più questo dolore è espresso prima della morte quanto meno insopportabile sarà dopo.
A tal proposito viene sottolineata l’estrema importanza di mantenere un supporto proprio subito dopo il tragico evento, sia al coniuge o parenti ma soprattutto agli eventuali figli. 
Il sentimento che permane in tutte queste fasi è la speranza, soprattutto in situazioni difficili o particolarmente dolorose. Dall’esperienza clinica, la Ross ha notato che quando questo viene meno si tratta allora di un segno di morte imminente: anche nel caso di un paziente che invocava al miracolo, alla fine, nella fase di accettazione affermava “io penso che il miracolo sia questo: adesso sono pronto e non ho neanche più paura”.
Così espresso, il contenuto di questo libro sembra quasi un vademecum sul come affrontare le persone che si avvicinano alla morte, ma in realtà è molto di più...l’insegnamento lo si può trarre non tanto dal conoscere le fasi o come queste si manifestano, ma invece lo si apprende leggendo le numerose testimonianze dirette coi pazienti, espresse sotto forma di discorso diretto, con le parole usate dalle persone stesse, intensi dialoghi dove si percepisce la paura, la preoccupazione, la rabbia,ma anche il sollievo e la soddisfazione per i brevi momenti in cui si condivide con qualcuno il proprio stato e il venir meno del senso di rifiuto e di abbandono. 
La Ross ammonisce però che dobbiamo considerare molto seriamente il nostro atteggiamento verso la morte e il morire prima di poter sedere tranquillamente e senza angoscia vicino a un malato inguaribile: la lettura di questo testo può essere l’inizio di un processo di consapevolezza e di presa di coscienza di questa realtà, perché “la morte come la nascita fa parte della vita, camminare consiste sia nell’alzare il piede sia nel posarlo” (Tagore, Uccelli Migranti, CCXVII).