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MILLE FILI MI LEGANO QUI
Scritto da Silvia Bonino, Laterza   

La lettura di ogni libro è sempre resa possibile dal riferimento ad altri libri, spesso anche di argomento e di livello molto diversi: se ciò non si verificasse sarebbe infatti impossibile cogliere i significati di molte affermazioni. Nel caso specifico del libro di Silvia Bonino, Mille fili mi legano qui, senza tali rimandi si correrebbe il rischio di ritenere che il testo si limiti a mettere a disposizione di altre persone le riflessioni sulla propria esperienza di sofferenza e di dolore e che quindi si presenti con caratteristiche analoghe a quelle di altre opere in cui l’autore parla della propria malattia e del modo in cui l’ha affrontata. Certamente nel libro è possibile cogliere anche questa intenzione, ma l’autrice non ha voluto limitarsi ad essa. In questo testo accanto ai riferimenti autobiografici emerge infatti un secondo nucleo significativo, espresso attraverso il ricorso alla disciplina scientifica di cui l’autrice, per molti anni, si è occupata.

Il libro di Silvia Bonino intende illustrare come sia possibile affrontare un malattia cronica piuttosto grave, anche se priva di esiti mortali immediati, modificando e adattando non soltanto e non tanto lo stile di vita quanto piuttosto il modo di pensare a se stessi in rapporto al mondo: la sofferenza e il dolore possono non stravolgere completamente la vita se, anziché operare tagli netti, volgere i propri interessi in direzioni completamente diverse, ci si piega a considerare le risorse che nel corso degli anni si sono accumulate e che la mente può continuare a utilizzare.

Nel caso dell’autrice, tali risorse fanno riferimento a una disciplina che a livello di senso comune sembrerebbe non poter fornire supporti nell’affrontare la condizione di malato: la psicologia dello sviluppo. Quella stessa psicologia dello sviluppo di cui Silvia Bonino è stata docente all’Università di Torino negli ultimi decenni e di cui da sempre si è occupata nell’ottica del mantenimento e del miglioramento della salute. Scrivere un libro come questo nel momento in cui la malattia obbliga a operare una scelta radicale quale l’allontanamento dall’Università nella quale per decenni si è lavorato, ma recuperando quanto nel corso di questo tempo si è studiato e insegnato, rivela a nostro avviso quanto fosse significativo ciò che Marguerite Yourcenar scriveva in uno dei suoi testi più belli, Pellegrina e straniera: “In ogni momento della vita, siamo quelli che saremo come quelli che siamo stati” (p. 119) e “chi cambia opinione nella disgrazia, come chi in punto di morte si converta, confessa di avere per questo mal vissuto” (p. 167). Leggendo Mille fili mi legano qui ci si forma la convinzione che la negatività del cambiamento di opinione non riguarda soltanto il credo religioso, ma anche le convinzioni scientifiche. Tra le righe del libro si può pertanto leggere in modo abbastanza chiaro come la capacità di mantenere la coerenza con ciò che si è stati prima della malattia possa da un lato essere facilitato proprio dall’essersi occupati di Psicologia dello sviluppo e dall’altro come quest’ultima possa offrire un supporto positivo in ogni circostanza della vita.

L’autrice non nega che la malattia cronica comporti delle grosse perdite e non intende assolutamente proporre un quadro “roseo” della stessa: richiama infatti più volte come essa imponga limiti molto definiti, molto precisi, in particolare nel momento della diagnosi, che segna per l’individuo una frattura netta con il passato (p. 29). La malattia cronica, contrariamente a quello che si può pensare, è forse più impegnativa per l’individuo della malattia acuta. Il fatto che l’orizzonte temporale sia molto lungo e che non si prospetti comunque la possibilità di un ritorno alla situazione di salute precedente può determinare infatti la perdita irreversibile dei ruoli sociali e professionali ricoperti fino a quel momento dall’individuo e, di conseguenza, una “cesura forte nel [… ] senso di identità, sia sul piano fisico che [su quello] sociale” (p. 33). La malattia cronica obbliga a ristrutturare la propria identità. La sfida per l’individuo che ne è colpito attiene però al cercare di evitare di limitarsi ad assumere l’identità di malato o di invalido. Ciò spiega perché nel libro molte volte si richiami un’interpretazione della malattia cronica che stenta ad essere accettata di primo acchito: quella secondo cui anche la malattia cronica, che si presenta come condizione comportante perdite e rinunce, si può risolvere in uno sviluppo ulteriore. E’ questo il concetto che costituisce il filo rosso che lega le riflessioni dell’autrice.Affrontare la malattia cronica come uno dei tanti “compiti di sviluppo” che la vita chiede di affrontare non è infatti così scontato. Di questo Silvia Bonino è consapevole, ma quella coerenza scientifica prima richiamata non le può far dimenticare che fin dagli anni Settanta gli studi scientifici hanno messo in evidenza come lo sviluppo non sia fatto solo di “guadagni”, di progressi, ma anche di perdite. D’altra parte è proprio nel rifarsi a questo concetto di sviluppo che il libro perde la caratteristica di puro e semplice racconto autobiografico per diventare invece un testo scientifico, anche se sofferto in prima persona.