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LA VOCE
Scritto da Maria Ferrara Taglioni - Ed. Guida   

Cara Maria,
 ho letto con crescente interesse i tuoi racconti. Mi sono molto piaciuti. Hanno due pregi snobbati dai narratori italiani, intendo dai narratori dell’ultimo venticinquennio (fatte le solite doverose  eccezioni): sprizzano sincerità da ogni parola e destano la curiosità di chi legge. Questa mia opinione non è inficiata dalla circostanza che noi due siamo amici di vecchia data, sebbene i nostri incontri siano saltuari e, tra un incontro e l’altro, le pause possano essere piuttosto lunghe.
Sì, i tuoi personaggi in qualche misura ed entro certi limiti mi sono noti o, meglio, mi sono noti i loro corrispondenti umani: ma proprio questa dimestichezza mi  consente di sottolineare l’originalità del tuo mondo poetico  dove sono ironia, gioco e (a costo di darti un dispiacere) tenerezza.
E originale è il filo conduttore delle tue storie, cioè la perdita della voce (la quasi perdita, perché un soffio  bene o male rimane) da parte di una donna ancora giovane che insegna, che ha marito e figli, che ha una normale vita di relazione.
Che cosa accade della nostra vita se, di punto in bianco, la voce non ci soccorre più, o non ci soccorre  con la pienezza e la potenza di una volta?
Beh, sarò sincero. Pur con ogni rispetto per l’infortunio di cui sei stata vittima, penso che il silenzio non sia meno rispettabile della voce… Bada, non vuole essere una consolazione, come le sciocchezze inventariate nell’ultimo racconto Di tutti i colori (splendido), ma una constatazione ovvia: niente è usato malamente o sprecato peggio della nostra voce e il novantanove per cento delle cose che si dicono sarebbe meglio se non fosse detto.
Obietterai che lo sai anche tu, che te ne sei accorta proprio quando il parlare diventava sempre più difficile e che comunque resta pur sempre un uno per cento di cose che è bello e giusto comunicare.
Ti voglio bene, coraggio, ti capisco ecc. sono battute imprescindibili, perché, nella loro semplicità, vanno al cuore di tutte le cose. Ringraziando il Cielo, la tua voce non se n’è andata del tutto: il soffio cui accennavo resiste, e, magari (non si sa mai nella vita), con il passar del tempo acquisterà vigore. Quel soffio basta e avanza per esprimere i concetti essenziali, le parole che si devono dire… e allora dov’è  il problema?
Naturalmente non concluderò affermando che sei stata benedetta da Dio: finirei per guadagnarmi di prepotenza un posto in Di tutti i colori.
Dio un dispetto te l’ha voluto fare, non ci piove: ma questa è la valutazione di un miserabile verme della Terra quale io sono, perché, se Dio c’è, sa Lui quello che fa, e starLo a sindacare è insensato.
D’altronde ti è stato fatto il dispetto, ma ti è stata data anche una grande forza: e forse tu stessa ti sei scoperta, ti sei resa conto di essere (un errore di grammatica me lo perdoni?) più migliore di quella che credevi.
Questo tuo essere più migliore non solo ti consente di guardare in faccia la malattia, di sfidarla, ma persino di sorriderne com’è in Di tutti i colori che io vorrei sceneggiato da mano esperta e trasferito sullo schermo, piccolo o grande che sia.
Siamo stati alluvionati di chiacchiere sui tumori e l’approccio è sempre stato dolciastro, farisaico, malaugurate.
Vivaddio, una ammalata che nella malattia trova la voglia di sfottere, beh, un’ammalata così è una gran donna.

Un abbraccio dal tuo                                                                                  Giampaolo Rugarli
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