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27.03.2009 |
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 L’inverno del 1979 fu particolarmente triste per me. Un Natale così non lo avrei dimenticato mai più. Avevo appena 39 anni. Per quel nodulo in un primo momento mi avevano proposto un intervento di tumorectomia, successivamente però il chirurgo mi comunicò che non era sufficiente. In questo modo quel Natale lo passai in ospedale: sono stata sottoposta a mastectomia radicale modificata, quella che la letteratura medica indica come "secondo Patey."
"Per quasi due anni, dopo l’intervento chirurgico ho rifiutato qualunque contatto fisico con mio marito. Appena si avvicinava ‘saltavo’, ero sempre molto tesa. Non riuscivo a guardarmi allo specchio e anche quando mi lavavo il mio sguardo cercava disperatamente altri stimoli. Ancora oggi, dopo tanti anni, ho poca dimestichezza con gli specchi. Mio marito è stato molto tenero e comprensivo. Mi ha aspettata e piano piano sono riuscita a farmi riabbracciare da lui. Dopo un po’ di tempo dall’intervento ho ripreso una vecchia abitudine. Quando mi lavavo e avevo i bambini piccoli, spesso lasciavo la porta del bagno aperta. Volevo trasmettere ai miei figli una certa spontaneità rispetto ai corpi. I miei genitori erano stati così rigidi che mi ero ripromessa di non ripetere gli stessi errori. Fare i conti con la mutilazione non è stato semplice però dopo un po’ ho iniziato a non richiudere più la porta del bagno. I miei figli non mi avevano mai chiesto nulla, di mostrare la ferita intendo.
Un giorno mentre mi stavo lavando il figlio più piccolo è entrato in bagno, mi ha guardata ed ha detto - anche senza un seno sei bella lo stesso e poi sei la mia mamma -. Non sono riuscita a trattenere le lacrime e per certi aspetti mi ha aiutata a uscire dalla profonda crisi in cui ero caduta. Oggi mi sento molto più tranquilla.
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