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UN SEGNO PREMONITORE
27.03.2009

 

Quando, alcuni mesi fa, mi hanno chiesto di scrivere la mia storia come testimonianza, pensavo di non farcela; poi, pur valutando esattamente i momenti di tristezza che avrei vissuto nel ripercorrere tutte le dolorose tappe di un dramma, iniziato sei anni fa e mai concluso, mi sono sentita incoraggiata dalla certezza che ciò che avevo da dire avrebbe aiutato tutti quelli che, costretti a sostenere un'impari lotta con questo implacabile nemico, non riescono a trovare, in se stessi o nella fede, la forza necessaria.

Come ho già detto, la mia malattia iniziò sei anni fa.
Avendo perduto mio padre per cancro ai polmoni, quando avevo solo otto anni e, venti anni dopo, anche mia madre, per la stessa malattia, ma al seno, la mia vita si era svolta, anche prima di allora, tra mille ansie e paure e con la certezza che, prima o poi, sarebbe capitato anche a me.
Periodicamente, quindi, mi sottoponevo ad accertamenti e visite mediche, anche perché, fin dai primi anni di matrimonio, intorno ai ventisette anni, mi era stato diagnosticato un adenoma alla mammella sinistra che richiedeva assidui controlli.
Purtroppo però i medici che mi seguivano non si sono dimostrati competenti ed i controlli, anche se assidui, non sono stati efficaci, anzi, hanno provocato conseguenze irreversibili. Infatti, in quindici anni di controlli, anche quando ormai mi avvicinavo all'età critica e pur con varie avvisaglie, come la fuoriuscita di sangue dal capezzolo, non hanno mai trovato motivi validi per approfondire la situazione.
Arrivai quindi al mese di maggio senza alcun tipo di intervento.
Ero intenta ai preparativi per la Prima Comunione di mia figlia, fissata per fine mese, quando mi ricordai che proprio tre giorni prima di quell'evento avrei dovuto sottopormi al consueto controllo.
Fui assalita dall'ansia, poiché avevo ancora vivo il ricordo della mia Prima Comunione, svoltasi in un'atmosfera di dolore malcelato: la mamma aveva appena appreso della grave malattia di mio padre.
Fu inevitabile per me ritrovare in questa circostanza un segno premonitore, tanto che, mentre andavo a quell'appuntamento insieme a mio marito, fui tentata di rimandare. C'era tuttavia una speranza recondita di poter fugare quella paura attraverso gli accertamenti stabiliti e preferii affrontarli.
Dalle parole del medico compresi subito che le cose non erano molto chiare (io almeno, mi illudevo che non lo fossero). Sempre spinta dal desiderio di essere tranquillizzata, pregai il chirurgo di effettuare un piccolo intervento per l'esame istologico l'indomani stesso. Tutti ormai avevamo capito la gravità della situazione ed io compivo sforzi enormi per apparire tranquilla e non turbare la gioia della bambina che, invece, aveva letto nei miei occhi la paura e la disperazione. Dopo due giorni, la condanna.
E' molto difficile trasmettere a chi, fortunatamente, non ha vissuto tale esperienza, cosa si prova nel momento dell'impatto con la malattia. Le reazioni sono certamente diverse, ma, ne sono sicura, da quel momento per chiunque la vita non è più la stessa.
Improvvisamente si avverte la precarietà della propria esistenza e si è portati a valutare ogni cosa alla luce della nuova realtà acquisita; s'impara a gioire di una giornata di sole, del sorriso di un bambino, di un gesto d'amore.
La mia prima reazione fu di sgomento, indecisione.
Ognuno aveva un consiglio da offrirmi, ma io non erto disposta ad ascoltare né riuscivo a prendere decisioni.
Avvertivo - lo ricordo bene - la presenza fisica del male.
Questo mi era insopportabile. Sentivo il mio corpo ostile, perché dimora di tanto mostro.
Desideravo liberarmene quanto prima, ma ogni giorno pensavo ad una soluzione diversa.
Dopo una settimana convulsa, tra i tanti contatti presi, decisi per un noto professionista che però non operava nella mia città. In quella struttura ospedaliera del Nord fui sottoposta a mastectomia totale.
Il mio fisico reagì molto bene ed in pochi giorni ero pronta ad affrontare la vita con fiducia ed ottimismo. Avevo solo voglia di ritornare a casa, dai miei figli. Mi confortò anche il risultato dell'esame istologico e la decisione del chirurgo di non sottopormi ad alcuna terapia cautelativa.
Ripresi i miei ritmi abituali con l'aiuto di tutti i miei cari. Mio marito, in particolare, m'incoraggiava con il suo ottimismo, col suo amore. Nei momenti di sconforto, m'implorava di reagire, mi diceva quanto fossi indispensabile per la sua vita.
Incominciarono i controlli trimestrali e, nonostante mi sentissi in forma perfetta, quelle scadenze erano sempre per me causa di ansie insopportabili.
Erano passati quattordici mesi dall'intervento e, mentre ero in vacanza ad Ischia, cominciai ad avvertire un dolore all'anca destra. Gli esami radiografici, prima a Ischia e poi a Napoli, evidenziarono una coxartrosi.
Nonostante le cure, il dolore tendeva ad acuirsi fino a provocarmi, nel mese di novembre, una rilevante zoppia. Stanca di tale situazione, consultai un altro ortopedico che, piuttosto brutalmente, mi parlò di metastasi ossee.
Una scintigrafia confermò la sua diagnosi. Mi consigliarono quindi di rivolgermi all'oncologo che già mi seguiva. Crollai nella disperazione più profonda, avevo una netta sensazione della fine. Il mosaico della mia vita che stavo ricomponendo, giorno dopo giorno, era di nuovo in frantumi.
Non avevo più alcuna voglia di lottare e, senza le pressioni di mio marito, che mi pregava di farlo per amore suo, mi sarei rifiutata di ricorrere ad ulteriori cure.
Acconsentii quindi, passivamente, a lasciarmi condurre da uno studio medico all'altro, mentre notavo i tentativi di mio marito di nascondermi tutta la verità; ciò non faceva che accrescere il mio sconforto, poiché sapevo quanto gli costassero quelle pietose, inutili bugie.
Ormai ero convinta di non avere più molto da vivere e mi affannavo a programmare il futuro dei miei figli, a cercare di risolvere per tempo i problemi di ordine pratico che, altrimenti, sarebbero ricaduti sui miei cari.Tornai dal chirurgo che mi aveva praticato il primo intervento. Mi disse che ero stata davvero molto sfortunata e, per tentare di bloccare il processo metastatico in atto, si rendeva necessario un intervento alle ovaie.
Questa volta però preferii farmi operare a Napoli, per non allontanarmi dai miei figli. Anche questo intervento si risolse, in apparenza, brillantemente. Mi fu prospettata l'eventualità di recarmi a Boston per ulteriori terapie, ma per me era insopportabile l'idea di allontanarmi un solo giorno dai miei affetti. Sentivo che per lottare mi era necessaria la vicinanza dei miei figli; solo nei loro sguardi, nei loro baci, avrei trovato la forza per stringere i denti e tirare avanti. Ero, quindi, molto indecisa sul da farsi quando un giorno, un bel giorno, un'amica mi disse di aver parlato del mio caso ad un medico di sua conoscenza che, per l'esperienza e l'umanità con cui esercitava la sua professione di oncologo, aveva tutta la sua stima. Era convinta fosse la persona giusta da consultare. Accettai con gioia. Ricordo tutto quanto mi disse: nella storia della mia malattia erano state commesse alcune leggerezze; alcune valutazioni erano state troppo semplicistiche ed ora, anche per eccesso di sfortuna, la mia situazione era molto precaria.
Per tutta la vita avrei dovuto continuare a sottopormi a controlli e cure che richiedevano tutta la mia collaborazione. Ero in una condizione che non consentiva più alcun errore, né cedimenti da parte mia.
Rimasi fortemente turbata da questo discorso che, al momento, mi parve duro; nei giorni seguenti meditai profondamente sulla mia situazione e su quanto l'oncologo mi aveva detto così chiaramente.
Alla fine, decisi di affidarmi a lui, senza riserve. Fui sottoposta a controlli e terapie continui. La vita della mia famiglia, pur tra tante paure, in questi anni si è svolta sempre serenamente; anzi, la mia smania di vivere intensamente, mi ha portata a continuare sempre gli impegni di lavoro, i viaggi, le serate con gli amici.
Fino a quando, a distanza di anni, un dolore, sottovalutato e negato, mi costrinse su una sedia a rotelle. Le metastasi avevano raggiunto la colonna vertebrale. Iniziò così quello che credevo l'ultimo atto del mio calvario. Mi sottoposi ancora alle cure prescritte, ma solo perché mio marito non cadesse, come me, nella disperazione più assoluta. Non potevo più nascondere la realtà, fin troppo evidente, ai miei figli, a tutta la famiglia, cui dovevo ricorrere per ogni più piccola necessità. Ogni mattina, quando il nuovo giorno mi si presentava uguale, o forse peggiore del precedente, venivo assalita dall'angoscia e, per non gridare, per non dare sfogo a tutto il mio dolore, cercavo di controllarmi, dicevo a me stessa che, comunque, in un modo o in un altro, quella situazione avrebbe avuto un epilogo. Però sentivo il bisogno di aggrapparmi a qualcosa e purtroppo, in quelle circostanze, anche la mia debole fede era crollata: avevo la sensazione che il Signore si fosse accanito contro di me. L'unica persona che in quel periodo riusciva a darmi conforto era il mio nuovo medico. Gli telefonavo in continuazione, sollecitando le sue visite e lui mi assicurava una certa ripresa, a patto che avessi tanta pazienza.
Dalle sue parole, riuscivo a trarre la carica necessaria per tirare avanti quattro, cinque giorni con una certa tranquillità; a volte apparivo addirittura sorridente. Solo chi mi conosceva bene, leggeva nei miei occhi tutto il sacrificio cui mi sottoponevo per quei pochi, tristi sorrisi.

Poi, un po' alla volta, cominciai a sperimentare di nuovo l'aiuto del Signore, l'amore che egli mi dimostrava proprio rendendomi sopportabile ogni cosa, anche l'attesa della morte. Sì,in quei giorni ho ritrovato Dio ed ho incominciato ad affidarmi, senza ribellione, alla sua volontà. Andavo man mano riacquistando, con la preghiera, una grande forza spirituale ed intanto incominciavo a notare qualche lieve miglioramento. Ogni piccolo movimento delle gambe era per me il segno di questo nuovo rapporto d'amore con il Signore. Entrai a far parte di una comunità religiosa della mia Parrocchia che si riuniva due volte la settimana, col preciso intento di pregare per la mia guarigione; l'amore di questi fratelli mi era di grande conforto.
A Posillipo, la zona in cui abito, tutti ormai conoscevano la mia storia ed io ricevevo continue prove di solidarietà.
Una sera, erano le 22, ricevetti la visita di un signore che non conoscevo affatto; aveva sentito la mia storia da alcuni amici comuni ed aveva provato il desiderio di portarmi qualche parola di conforto.
Dopo il primo impatto, ci ritrovammo a parlare come due vecchi amici; mi accorsi di avere davanti a me una persona meravigliosa, confortata da una fede incrollabile; anche lui mi sembrò colpito dalla mia serenità. Poi, timidamente mi offrì un rosario; mi disse che gli era molto caro perché glielo aveva donato una delle ragazze cui, da cinque anni, la Madonna appare nel villaggio di Madjugorie, in Iugoslavia.
Mi offrì questo oggetto con tanto amore, dicendomi che in quel momento gli sembrava che fosse più necessario a me; avrei potuto renderglielo una volta guarita. Le sue parole mi riconciliarono ancora una volta con la vita, anche se non credevo affatto, anzi, sono certa che nessuno dei due avesse l'ardire di sperare in una guarigione. Nei mesi che seguirono, questo nuovo amico mi diventò molto caro, mi era vicino in tutti i modi, sempre prodigo di parole di conforto. Le visite che mi faceva di frequente, insieme alla sua bella famigliola, erano veri momenti di gioia per me; mi accorgevo, per la prima volta nella mia vita, dell'esistenza di persone, forse poche, che forti della loro fede, si mostrano disponibili all'amore, alla carità, alla purezza di cuore, e la cui amicizia rappresenta un dono di Dio Passavano intanto i giorni e ci avvicinavamo sempre più al sospirato settembre, mese in cui il mio medico mi aveva assicurato che avrei ripreso a camminare.
Andai ad Ischia per un periodo di vacanza e lì dedicavo molte ore della giornata al nuoto ed alla fisioterapia in acqua. Nonostante tutto, non riuscivo a ritrovare un perfetto equilibrio, senza sostegno, ma lentamente mi andavo liberando della sedia a rotelle e ricominciavo a muovere i primi passi con l'aiuto di due persone.
Spesso ripensavo alla previsione dell'oncologo, ma le mie condizioni non mi lasciavano sperare che nel giro di un mese potessi recuperare la completa autonomia.
A fine agosto mio marito espresse il desiderio di accompagnarmi a Lourdes; io non ne ero entusiasta, soprattutto per il caldo e la lontananza, ma volli accontentarlo. Lì, tra migliaia di sofferenti, tra bambini condannati per tutta la vita al dolore, provai un gran rimorso perché tante volte, quando ero ancora in perfette condizioni di salute, avevo rifiutato, per pura vigliaccheria, di accompagnare dei sofferenti. Mi sentivo un'opportunista per essermi recata in quel luogo di dolore e di preghiera solo nel momento in cui, anch'io sofferente, avevo sentito il bisogno di rivolgermi alla Madonna.
Nei tre giorni di permanenza a Lourdes, raramente riuscii a pregare per la mia guarigione. Anzi, nel contesto di tanta sofferenza, per la prima volta dopo tanti anni, ringraziai il Signore per tutto quello che mi aveva donato.
In una disposizione di completo abbandono, offrii invece tutte le pene passate e future per la salute fisica e spirituale di tutti quei piccoli infelici che mi vedevo intorno.
L'ultima sera, nella mia camera d'albergo, ripensando a tutte le esperienze di quei tre giorni, mi accorsi che il mio animo era sereno. Non avvertivo più l'angoscia che da tempo mi opprimeva. Sentii di aver ricevuto la vera grazia spirituale.
In questo nuovo stato d'animo, mi sentii incoraggiata a provare, come tante altre volte, a muovere qualche passo da sola e, per la prima volta, raggiunsi emozionata mio marito, all'altro capo della stanza, senza alcun sostegno; con grande fatica, ma con tanta gioia!
Ci abbracciammo in preda ad un'emozione indescrivibile. Più tardi, quando entrai camminando da sola nella sala da pranzo, furono in pochi a trattenere le lacrime.
Tornata a Napoli, i miei progressi erano ogni giorno più evidenti, tanto che, a metà settembre, mi recai allo studio del mio oncologo camminando quasi perfettamente. Da allora la mia vita è stata una riscoperta continua. Ancora adesso, ogni giorno mi accorgo con riconoscenza di aver ritrovato la felicità. Ora non mi tormento più cercando di immaginare il mio futuro, non mi sento più perseguitata dalla malasorte, poiché ho la certezza che in nessun caso sarò sola a lottare e che mai, con l'aiuto del Signore, sarò sottoposta a prove superiori alle mie forze. La mia storia si ferma qui e spero possa essere di conforto ed aiuto a coloro che la leggeranno.
Ora so che la vita ha sempre risvolti insospettabili e meravigliosi che vale la pena di scoprire.