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L'ESAME CITOLOGICO
27.03.2009

Succede spesso che, in banali conversazioni con gli amici, emerga l'argomento "tumore".
Alla fatidica domanda: "Come reagiresti se proprio tu ne fossi colpita?" la mia risposta è sempre stata: "Mi sentirei morire". Ma, onestamente, non avevo mai analizzato che cosa avrebbe realmente significato per me questa ipotetica evenienza.
Non mi ero mai approfondita abbastanza sull'argomento, ben lungi dal pensare che la mia vita potesse essere attraversata dal cancro.
Inoltre, le mie condizioni di salute erano sempre state eccellenti.
Riguardo al mio corpo, ho sempre rivolto particolari attenzioni al seno; simbolo ambivalente di amor sacro e profano, il seno è l'emblema stesso della femminilità. Freud lo considera il "primo oggetto erotico".
Per prolungare il più possibile il suo momento magico, non ho mai trascurato di curarlo. Anche se consapevole del fatto che ogni tipo di attenzione e di cura estetica non può prescindere dalla realtà: un seno è bello e può mantenersi tale solo se è sano. Ogni donna assume nei confronti del proprio seno un atteggiamento diverso, che può essere seduttivo o materno.
Io, non avendo ancora vissuto l'esperienza della maternità, lo considero soprattutto un mezzo di seduzione.
Per questi motivi, è difficile descrivere il terrore che provai una mattina, quando, sotto la doccia, sentii sotto la mano la presenza di quel grande nemico.
Non avevo tempo per indugiare in pensieri negativi: ero invitata a pranzo a casa di amici ed ero già fortemente in ritardo. Finsi di non pensarci, ma, appena arrivata all'appuntamento, la preoccupazione che invano cercavo di soffocare, emerse con violenza. Chiamai un'amica in disparte e la misi al corrente del problema.
Mi disse che lei stessa ed anche una sua parente avevano piccoli noduli che, tenuti sotto controllo, finora non avevano dato problemi. "Del resto - aggiunse - sono disturbi molto frequenti nelle donne, specialmente se non hanno avuto figli".
Le chiesi dove praticava questi controlli e decisi anch'io di rivolgermi ad una struttura pubblica specializzata, anziché ad uno studio medico.
Del resto avevo già programmato da tempo una visita senologica, per prevenzione. Ma per pigrizia, o forse per paura, l'avevo sempre rimandata.
Quella mattina giunsi all'ambulatorio di senologia abbastanza tranquilla; mi spaventai solo nel vedere una fila enorme di gente in attesa. Mi guardai intorno per individuare ragazze della mia età, per rassicurarmi che non ero la sola ad avere quei problemi. Durante l'attesa parlai un po' con una giovane donna che aveva avuto una cisti al seno; le avevano aspirato il liquido con una siringa e non aveva provato alcun dolore; adesso era tornata per un semplice controllo.
Questa confidenza ebbe su di me un effetto confortante. Prima di entrare nell'ambulatorio, mi ero già fatta da sola una diagnosi: anch'io avevo una cisti e speravo di essere ancor più fortunata dell'altra; mi auguravo di dover seguire semplicemente una cura a base di antibiotici.
Mentre così ragionavo tra me e me, la porta si aprì ed io ne vidi uscire una donna sui quarantacinque anni, il volto sconvolto e gli occhi sbarrati, nel tentativo di trattenere le lacrime. Subito dopo l'infermiera mi chiamò per la visita, ed ora ero molto agitata per aver visto quella donna. Ma il medico, sorridente e cordiale, riuscì a mettermi a mio agio. Lo ascoltai tranquilla, come se ciò che mi diceva riguardasse un'altra persona. "E' una cosa da nulla, si tratta semplicemente di un fibro-adenoma. La mia assistente le dirà che tipo di accertamenti dovrà fare; ritornerà in ospedale giovedì prossimo e faremo un piccolo intervento ambulatoriale, così dopo poche ore potrà anche tornare a casa. Io intanto continuavo a fare cenni di assenso, ma già sapevo che quell'intervento ambulatoriale, di poco conto, come diceva lui, io non lo avrei mai fatto.
Ero convinta, sicura, che se fossi andata da un altro medico, avrei avuto una prescrizione farmacologica. In ogni caso, sarei ricorsa all'intervento chirurgico solo se me lo avessero confermato in un altro ospedale. Decisi, quindi, di fare la mammografia per sottoporla ad un altro specialista.
La diagnosi venne riconfermata ed anche il nuovo oncologo mi consigliò l'intervento. Disse che avrei potuto aspettare tranquillamente anche alcuni mesi e che, magari, avrei potuto rimandare il ricovero a settembre.
La mammografia non evidenziava neoplasie maligne; era febbraio e pensai che, se mi fossi operata subito, per l'estate le cicatrici sarebbero quasi scomparse e, con la tintarella, si sarebbero cancellate del tutto.
Una settimana dopo ero già in sala operatoria e, nonostante la semplicità dell'intervento, non riuscivo ad essere calma. Avevo paura, ma cercai di controllare l'ansia e di rilassarmi. Chiusi gli occhi per non lasciarmi impressionare dai preliminari dell'operazione e cominciai a contare mentalmente …

Al risveglio, istintivamente mi portai la mano al seno per controllare che fosse al suo posto.
Lasciai l'ospedale ancora barcollante, per effetto dell'anestesia. Dopo alcuni giorni vi ritornai per un controllo e, tolti i punti, credevo di aver messo fine a quel capitolo della mia vita. La mia unica preoccupazione era la cicatrice che, però, in breve tempo scomparve del tutto.
Avevo quasi superato questo trauma quando, circa un mese dopo, accompagnando un'amica per una visita in quello stesso ospedale, ne approfittai per ritirare il mio esame istologico.
Nel consegnarmi il referto, l'impiegato mi disse: "Lo faccia vedere al suo medico". Intuii subito qualcosa di sospetto: la diagnosi, infatti, era "carcinoma".
Pensai ad uno sbaglio, ad uno scambio di certificati, io ero stata operata per un semplice adenoma! Ma forse non c'era nessuno sbaglio, forse si trattava proprio di me.
Avvertii un capogiro, non riuscivo a tenermi in equilibrio. Caddi in uno stato di profonda disperazione, uno sconforto che non avevo mai provato prima.
C'era un'agitazione sindacale, quel giorno, e non riuscimmo a trovare neanche un medico. Decisi di provare in un altro ospedale e lì mi dissero che dovevo sottopormi ad un nuovo intervento, questa volta di mastectomia totale.
Tornai a casa, ma decisi di non parlarne con nessuno, avevo bisogno di stare sola e di riflettere. Mi sentivo diversa dagli altri. Pensavo che la mia vita si sarebbe esaurita nell'arco di pochi anni, avrei dovuto rinunciare a tutti i progetti per il futuro.
Avevo già deciso di non operarmi, tanto la mia esistenza non avrebbe comunque avuto un senso, se fossi stata mutilata nella mia femminilità.Vivere tanti anni priva di un seno, per me equivaleva a vivere pochi mesi con tutti e due. Per la prima volta cercai di farmi un'idea della morte, di renderla meno astratta. La paragonavo ad un lungo sonno, esattamente come quello dell'anestesia; non mi sembrava così terribile. Ero, più o meno, rassegnata. Rimasi per tutta la giornata chiusa in camera, cercando di fare un bilancio della mia vita, quando, improvvisamente, lo squillo del telefono mi riportò alla realtà. Era il mio ragazzo, non gli dissi nulla.
Più tardi, le mie sorelle si meravigliarono di non vedermi uscire e del fatto che continuassi a starmene chiusa nella mia stanza. Mi chiesero dell'esame istologico, sapevano che la mattina ero andata a ritirare il risultato.
Non risposi e, alle loro insistenze, scoppiai in un pianto violento e disperato.
I miei genitori notarono qualcosa di strano ma supposero che si trattasse di questioni sentimentali e non indagarono oltre. Una mia sorella si mise in moto tra le sue conoscenze ed il giorno dopo mi accompagnò, all'insaputa degli altri, in ospedale. Temevo la visita ed il contatto con il medico: quando ti visitano, ti fanno sentire un oggetto privo di identità; se fai domande, ti rispondono a monosillabi, o seccati, come se la tua malattia non ti riguardasse affatto. Io invece avevo bisogno di chiedere, di sapere.
Perciò, quando vidi una persona giovane, cordiale, che mi parlava in tono pacato, dimostrando anche una certa sensibilità, mi sentii rincuorata. Mi parlò non di mastectomia, ma di quadrantectomia che, integrata con altre terapie, avrebbe dato risultati eccellenti, in un caso di diagnosi precoce come il mio.
Questo fu il primo aiuto psicologico che ricevetti e che mi convinse ad accettare l'idea dell'operazione.
Da questo giovane medico fui indirizzata a due oncologi napoletani per una visita definitiva. Il chirurgo, questa volta, non era giovane ed aveva uno sguardo glaciale. Mi faceva sentire fortemente imbarazzata, sentivo intorno a me un'atmosfera pesante e tetra. Non una parola usciva dalla sua bocca. Chiamò un altro collega ed anche questi mi visitò.
Entrambi furono d'accordo per la quadrantectomia. Avrei dovuto ripetere gli accertamenti in ospedale e attendere una diecina di giorni per l'intervento. Tornai a casa distrutta, telefonai al mio ragazzo e lo misi al corrente di tutto. Lui mi rassicurò dicendomi che neanche la mancanza di un seno avrebbe potuto alterare i suoi sentimenti per me. Ero sicura della sua sincerità, ma cento dubbi continuavano a tormentarmi.
Come avrei potuto sentirmi desiderata da un uomo? Quale sarebbe stato il mio futuro? La notte precedente il ricovero in ospedale, ero disperata. Mi ero pentita di aver coinvolto mia sorella.
Non mi sentivo di affrontare questa cosa, ma ormai non potevo più tornare indietro. Trovai infermiere gentili che mi condussero al mio posto, in una stanza che avrei condiviso con altre cinque pazienti. In quel momento nessuna di loro era presente; per un po' rimasi sola. Le mie compagne di stanza cominciarono a rientrare verso l'ora di pranzo. Io le guardavo con discrezione, ma non avevo voglia di parlare e, tanto meno di sentire le loro storie.
Furono loro a prendere l'iniziativa: mi si fecero intorno, amichevolmente, ed una in particolare mi raccontò il suo calvario. Scoppiai in lacrime ed uscii sul balcone per non vedere e sentire nessuno.
Una infermiera, Teresa, mi si avvicinò e cercò di distrarmi. E poi venne di nuovo lei, per accompagnarmi in infermeria, verso le 9 di sera. Un altro medico, forse il primo aiuto del professore, era stato messo al corrente del mio caso e voleva visitarmi. Fui accolta con un sorriso gioviale ed incoraggiante. Prima della visita, chiacchierammo di tutt'altro che di malattia; alla fine, con un tono di voce pacato e rassicurante, mi spiegò come avrebbe praticato la quadrantectomia e come si sarebbe presentato, in seguito, esteticamente il seno.
Fui immensamente felice di apprendere che mi avrebbe operata lui, e ancora più felice di sentire che probabilmente, dopo qualche altro accertamento, mi avrebbe operata la mattina seguente.
L'ostacolo da superare era convincere l'èquipe chirurgica ad operare, nonostante fosse giovedì santo, poiché alcuni sarebbero andati in ferie. Anche stavolta l'intervento mi faceva paura, ma adesso non vedevo l'ora che tutto avvenisse al più presto, per metter fine alle preoccupazioni; inoltre, quel giovane chirurgo mi dava molta più fiducia del primario.
Entrai in sala operatoria psicologicamente preparata: un uomo in camice bianco e la mascherina sul volto si avvicinò e cominciò a parlarmi in tono sorridente. Riconobbi il chirurgo che doveva operarmi.
Scambiare con lui qualche parola mi fece distrarre completamente e … quando mi svegliai, trovai i miei familiari nella stanza, accanto al mio letto (mia madre non aveva creduto alla storia del ricovero per semplici accertamenti). Quando lasciai l'ospedale, venti giorni dopo, mi sentivo molto più matura di quando vi ero entrata.
Dopo circa un mese, mi fu praticata la cobaltoterapia e poi, subito all'estero.
Lavorai per tre mesi in un albergo, mi feci dei nuovi amici, poco per volta ebbi un buon recupero psicologico. Oggi, a distanza di in anno, i brutti segni si sono attenuati ed io ho ripreso la mia vita normale. Mi sottopongo a controlli periodici ed ho imparato a convivere con la mia malattia. Il mio è stato un caso di diagnosi precoce che, quasi sicuramente, mi ha salvato la vita.