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SOTTO LA DOCCIA
27.03.2009

 

Gli occhi profondi, ancora vivi dietro le spesse lenti, per un'inafferrabile frazione di tempo, incontrarono il mio sguardo: mia madre aveva compreso.
Vivevo, da qualche tempo, divisa in due.
Il mio rapporto con il mondo e con gli altri era mediato da una realtà nuova, scoperta per caso un mattino di primavera, sotto la doccia: il cancro.
La mia mano si era fermata: c'era qualcosa di duro nel mio seno destro. Poi aveva proseguito, insaponando il resto del corpo.
Era lì: lo toccavo e, nello stesso tempo, lo negavo.
Vissi per giorni nella stessa dimensione di chi, svegliatosi improvvisamente, crede di sognare ancora e, invece, già vive la realtà.
Una realtà dolorosa, assurda.
Con l'ansia che cresceva, intrapresi le prime indagini; nessuno dei miei sapeva.
"Neoformazione di cellule" fu la diagnosi. Non capivo, o forse sì. Si cominciava a giocare con le parole. Ma io, sola nella mia camera, alla luce della lampada, ammirai narcisisticamente il mio seno ancora perfetto e lessi sull'Enciclopedia: "Cancro della mammella … mastectomia radicale". Decisi di non curarmi. Trascorrevo, sul terrazzo abbagliato dal sole di luglio, pomeriggi solitari, fissando il mare.
Leggevo e rileggevo i versi di Lucrezio e di Leopardi con i quali, nel passato, avevo placato tante volte l'animo così precocemente tormentato.
Ma, non ricordo come, all'improvviso, l'isolamento volontario e la calma che, abilmente, avevo creato intorno a me, si ruppero ed io mi trovai in un lungo corridoio al sesto piano dell'Istituto per la cura e lo studio dei tumori. Frastornata, confusa, fui letteralmente spinta in una squallida e disadorna stanza nella quale appresi ciò che già sapevo. Mi chiusi in un impenetrabile mutismo e lasciai tutti con l'animo sospeso. Mio padre, solo mio padre, che amavo teneramente, mi convinse ad andare avanti.
Un giovedì, con un cenno della mano, salutai lui e mia madre, negandomi al loro abbraccio.
E poi, il dorso nudo sotto il riflettore, un ago nella vena, un "pronti" e poi più nulla.
Con logorante, ma determinato lavoro interiore, restituii in breve, a coloro che avevano sofferto con me, la tranquillità interrotta e riservai a me sola il turbamento profondo dell'animo ed il dolore, di cui l'oscena ferita era solo una piccola parte.
Apparvi serena ed orgogliosa fin quando, sul finire dell'estate scorsa, mi trovai di nuovo in quel maledetto corridoio. Mi sentii bruciare l'anima ed il corpo.
E' con grande difficoltà che ora vivo, perché è difficile coordinare i pensieri, analizzare i sentimenti, calmare la tempesta che è in me.
Talvolta maledico il giorno in cui sono nata, anche se molti sono i ricordi dolcissimi della mia infanzia. Mi sento impotente. Tuttavia cerco di sopravvivere, cerco di dedicarmi al lavoro per sforzarmi a non pensare. Spesso tuttavia i miei sforzi falliscono, l'onda dei pensieri mi sommerge e mi ritrovo a singhiozzare in silenzio come in quella sera di luglio, quando a S. Agata guardavo, nel chiarore, il piccolo cimitero di Terra.