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Ho cominciato ad amare il mio seno quando ero incinta di Stefano, il mio primo bambino.
Amavo guardarmi allo specchio ed assistevo con piacere misto a meraviglia alla sua trasformazione: un lievito naturale lo faceva crescere di misura e lo rendeva più bello ai miei occhi e al mio cuore. Ed il pensiero precorreva il tempo e la fantasia dava corpo ai miei sogni: vedevo l'esserino che cresceva dentro di me prendere forma e succhiare a quel seno turgido che desiderava svuotarsi. Stefano nacque, era il 1978, e dopo cinque anni nasceva Alessio. Entrambi, in momenti diversi, contribuirono a rendermi caro, prezioso, vitale, bello quel seno che durante la mia adolescenza, nella valutazione che periodicamente davo al mio corpo (ricordo che attribuivo un voto o un punteggio ad ogni sua parte) non aveva mai superato la sufficienza. L'allattamento lo rese maturo e me lo restituì più sano e armonico di prima, figura di una maternità desiderata e vissuta, metafora del piacere del dono di sé nel latte che nutre. Ecco perché i giorni che hanno preceduto l'intervento chirurgico che mi avrebbe mutilato li ho vissuti pensando che la sorte voleva beffarsi di me, colpirmi in quella parte del mio corpo che con tanto ritardo avevo imparato ad amare.
E mi ribellavo, mi disperavo all'idea che avrei dovuto da quel giorno in poi riconoscere in me, nel mio seno reciso, i segni del cancro che mi aveva colpito. Quel nodulo, scoperto per caso in una sera d'estate, da intruso era diventato parte di me e, crescendo, aveva assunto il ruolo di primo attore sul palcoscenico del mio corpo.
La mastectomia risultò quindi inevitabile. Il 20 gennaio del 1990 - era sabato - fu il giorno fissato per l'intervento; avevo pregato a lungo la sera prima, con Rino, mio marito, la mia mano nella sua come da sempre facciamo, ed avevo letto più volte una poesia-preghiera di un anonimo brasiliano che mi era stata donata come segno di amore da un'amica: Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: "Signore io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?" E lui mi ha risposto: "Figlio, tu lo sai che ti amo e non ti ho abbandonato mai: i giorni nei quali c'è soltanto un'orma nella sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio". Ho voluto riproporre qui questa poesia proprio perché il "messaggio di tenerezza" che essa contiene raggiunga altre donne che oggi vivono l'esperienza che io ho vissuto due anni fa. Il cancro è una malattia che più di altre va combattuta con l'aiuto ed il sostegno di chi ti è accanto; e se vicino a te senti la presenza di Dio, la carica di forza e di coraggio sarà moltiplicata all'infinito. Ma gli uomini molto possono nell'offrire una mano solidale a chi teme di dover vivere da solo una prova così dura, un'esperienza di dolore così intensa. Io sono molto grata all'equipe medica che mi ha seguito ed al mio senologo per avermi guardato in quei lunghi attimi che precedevano il lungo sonno, con i suoi occhi dolci e rassicuranti, ma seri e decisi; all'anestesista, per avermi aiutato a sognare il mare, ai medici ed infermieri tutti che mi hanno fatta sentire tra amici proprio quando avrei potuto avvertire di più la solitudine in quella fredda sala operatoria dalle intensissime ma gelide luci; all'oncologo che mi ha fatto sorridere perfino nelle sedute di chemioterapia ed infine a Cristina che ha saputo riempire di calore quella silenziosa stanza della clinica, vuota dei suoni a me più cari: le risatine di Alessio, i rumorosi calci di Stefano al pallone di cuoio, la tenera voce di Rino. Oggi so quanto sia importante incontrare in questo caso un medico che sappia essere un fratello ed amico nel dolore, che sappia condurti per mano verso la possibile guarigione, che sappia aiutarti a credere che si può vincere contro il cancro. Io l'ho incontrato. E quando, nei sei mesi successivi all'intervento, la chemioterapia tentava di minare il mio corpo e la mia mente, io ho resistito con tenacia, perché sapevo di non essere sola, sapevo che tanti amici vecchi e nuovi condividevano le mie sofferenze e si sforzavano di lenirle in qualche modo. E' grazie alle persone che ho avuto costantemente accanto, i miei splendidi genitori, mio marito e i miei amici più cari, se non mi sono lasciata assorbire dalla malattia. E' un facile rischio quello di arrendersi alle proprie sofferenze aspettando che il male evolva in esiti positivi e negativi. Ed è per merito loro - e non solo per mia volontà - se ho ripreso subito a vivere intensamente la mia vita: in famiglia, nel lavoro, in casa, tra la gente, resistendo alle insidie della tristezza e della malinconia; se ho ritrovato il gusto di un viaggio, di una passeggiata, di una pizza in un ristorante affollatissimo. Oggi mi amo più di prima ed amo di più quel seno dimezzato; quanto mi è costato (a quale donna non costerebbe!) guardarmi allo specchio, quando l'ultimo cerotto sterile ha scoperto la lunga cicatrice; e quanto è stato difficile allungare la mano per toccarmi là dove il cancro mi aveva privato di una parte di me. Oggi quest'asimmetria nelle forme mi pare addirittura gradevole e non mi stupisco più quando Rino, guardandomi sorridendo, mi trova più bella di prima.
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