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UN'ALTRA VITTIMA DEL CASO
27.03.2009

 

Fu in aprile. Quel dolore non scompariva. Aspettai il mese successivo, divenne più duro.
Rimandai gli accertamenti a luglio perché … volevo completare l'anno scolastico. Mi rivolsi all'Istituto dei tumori "Pascale", perché avevo fiducia in quella struttura; e il fatto che vi lavorava un mio parente mi dava maggiore sicurezza.
Dalle parole del medico, capii subito che si trattava di cancro. Stordita, scappai dall'ambulatorio e corsi da mio cugino come una bambina impaurita. Non potevo credere che questa malattia, di cui riesce difficile pronunciare il nome, mi avesse prescelta.
L'equazione cancro = morte mi rimbombava nella mente e creava un contrasto con la mia gioia di vivere.
Seguirono giorni terribili, altalene di speranza e disperazione, angosce e tormenti, momenti bui e sprazzi di luce che solo la fede in Dio mi regalava. Si verificò in me uno sdoppiamento di personalità, mi convincevo di essere la stessa, che non mi fosse capitato nulla: ero un'altra vittima del caso, il caso non si può evitare, l'unico modo di combatterlo, pensavo confusamente, era di rifiutarlo.
Tuttavia, anche se nella mia mente si sovrapponevano questi pensieri, non potevo esimermi dai dovuti accertamenti. Il momento della mammografia fu tremendo: aspettavo insieme ad un'altra signora e sul suo viso cercavo di spiare la mia stessa ansia. Ma la mia compagna di sventura lo fu per poco perché il dottore la rassicurò immediatamente. Col sorriso sulle labbra le augurò buone vacanze. La mia sorte fu invece diversa; il dottore m'invitò ad entrare e capii che i miei sospetti erano realtà.
Realtà confermata poi dalle sue parole: "Signora, deve ricoverarsi … vedrà che forse potrà guarire del tutto." Con quel "forse" l'idea della morte assunse concretezza nella mia mente e da entità lontana ed evanescente nella mia vita dinamica, anche se non felice, divenne arbitra dei miei giorni.
Fu cosi che, mentre gli altri facevano preparativi per le vacanze, io mi preparavo per la degenza in ospedale. Cominciarono le prime visite e io mi appigliavo ad ogni informazione sperando di evitare l'intervento, ma capii, purtroppo, che la mastectomia radicale era inevitabile, anche se a volte gli altri m'illudevano dicendo di dover attendere l'estemporanea. Il mio desiderio alla fine era di guarire presto ed a qualsiasi costo. Fu il pensiero dei miei quattro figli, e soprattutto di Valeria, la più piccola, a farmi superare tutte le remore e a spingermi ad accettare quell'intervento che io vedevo come una mutilazione. Nel periodo pre e post operatorio avevo dimostrato molto coraggio, non mi ero mai lamentata ed avevo cercato di nascondere la mia pena intima con l'ironia che mi caratterizza da sempre.

Io e le altre ammalate pensavamo alle Amazzoni che si amputavano un seno per inforcare l'arco e combattere meglio. Forse per scherzo, forse per darci un po' di coraggio. L'attesa del risultato istologico fu snervante: il pensiero di un'eventuale ulteriore terapia destava in me un senso di ribellione.
Questo proprio non volevo e non potevo accettarlo. Finalmente la grande notizia, il risultato era negativo, quindi ero guarita! Mi sentii mortificata per la mia fortuna nei confronti delle altre degenti e cercai di controllare la mia gioia.
Ero smarrita, avevo tanta voglia di gridare, ma soprattutto di scappare da quel luogo di sofferenze.
Quel mese trascorso in ospedale aveva ammalato la mia mente. Era strano, ma proprio nel momento in cui ero guarita, mi sentivo più malata.
Avevo sofferto in silenzio e tutte le esperienze vissute nell'ospedale avevano turbato la mia mente e indebolito i miei nervi. La paura di un ritorno della malattia diventava un'idea fissa. Il ritorno a casa mi pose di fronte a diversi problemi. Mi accorgevo che nessuno aveva capito il mio dramma. Tutti continuavano a considerarmi la stessa di prima, instancabile, pronta ad accogliere ogni richiesta. Nessuno aveva capito che ora io avevo bisogno di loro, sia fisicamente, sia moralmente. Sono giunta ad odiare tutto e tutti. Non capivo bene cosa mi succedesse, però volevo essere crudele, io, che ero stata sempre comprensiva, accondiscendente, dolce, disponibile.
Poi la protesi. Il rigetto della protesi fu immediato, sapevo che non l'avrei mai accettata. Decisi di non nascondere, per lo meno in casa, la mia mutilazione, di non mascherarla. Così trascorse l'estate e per me il mare, il sole, le scollature provocanti, erano ormai solo un ricordo del passato. Mi sentivo privata di una parte essenziale del mio corpo, ne risentiva la mia femminilità che era pur sempre la stessa di prima, ma sentivo che essa non poteva esprimersi come tale. Cercavo di convincermi pensando che, dopo tutto, ero guarita, ma non ci riuscivo. Il seno era stato per me fonte di orgoglio; la mutilazione mi privava continuamente della mia voglia di vivere. Poi la protesi. Il rigetto della protesi fu immediato, sapevo che non l'avrei mai accettata. Decisi di non nascondere, per lo meno in casa, la mia mutilazione, di non mascherarla.
Così trascorse l'estate e per me il mare, il sole, le scollature provocanti, erano ormai solo un ricordo del passato. Mi sentivo privata di una parte essenziale del mio corpo, ne risentiva la mia femminilità che era pur sempre la stessa di prima, ma sentivo che essa non poteva esprimersi come tale. Cercavo di convincermi pensando che, dopo tutto, ero guarita, ma non ci riuscivo.
Il seno era stato per me fonte di orgoglio; la mutilazione mi privava continuamente della mia voglia di vivere. Forse avevano le loro ragioni, ma i miei 47 anni ora mi pesavano più che mai; il mio sistema nervoso era ormai giunto alle soglie di un crollo.
Sfidando tutti, seguii il consiglio del mio medico. Chi più di lui poteva capirmi? Non gli chiesi neanche quali sarebbero stati i risultati; la mia decisione era presa. Ricordo che un medico, amico di famiglia, cercò di farmi desistere, osservando che, perfezionista com'ero, non sarei stata soddisfatta dei risultati, e mentre parlava, mi mostrava alcune riviste con fotografie di interventi plastici poco soddisfacenti.
Estrassi allora la protesi e con freddezza gliela posi tra le mani. Rimase senza parole e capì che ero decisa a tutto, pur di ritornare almeno parzialmente come prima. Avevo solo paura di una nuova anestesia, in quanto al primo intervento c'erano stati dei problemi.
Ma possono degli ostacoli, per sé rilevanti, impedire al disperso nel deserto, che ha intravisto l'acqua, di raggiungere la sorgente? No, e infatti affrontai l'intervento!

Devo ringraziare il mio medico se ho potuto raggiungere la mia "sorgente" e per non essersi lasciato ingabbiare nella corazza della "professionalità", per essere rimasto un uomo capace di andare in fondo agli animi, alle pene dei suoi pazienti. Mi ha restituito la vita, proprio quando sembrava perduta. Mi ha aiutata a cancellare, attraverso l'intervento ricostruttivo, e soprattutto con le sue parole colme di solidarietà e di calore, le amarezze e la sfiducia che mi avevano indurita.