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COME MIA MADRE
27.03.2009

 

Non so perché quest'anno ho fretta di portare a termine i preparativi natalizi.
Ho un'ansia che non mi so spiegare. E' l'8 di dicembre e sul balcone di casa mia c'è già l'albero di Natale che ho preparato con i miei ragazzi: Marco di 12 anni e Maria di 10. E' tutto pronto per Natale. Venerdì 13 dicembre: sono stanca morta, ho lavorato tutta la giornata, sono con mio marito nel nostro ufficio.
Mi telefonano i ragazzi da casa: vogliono raggiungerci per andare a vedere le botteghe dei "pastori" in via S. Gregorio Armeno.
Dal nostro ufficio in via Costantinopoli percorriamo piazza Cavour passando in mezzo alle bancarelle scintillanti di luci e di addobbi. Io mi trascino, vorrei tornare subito a casa e stendermi sul letto. Ma continuiamo. Mi rendo conto che comincio ad avvertire uno strano prurito al seno. Il fastidio si intensifica, il contatto del reggiseno sulla pelle diventa insopportabile.

Finalmente ci incamminiamo verso casa. Ho bisogno di liberarmi dagli abiti e mettermi a letto, ma bisogna pensare alla cena e, tra una cosa e l'altra …. Si è fatto tardi, finalmente sono accanto al letto e mi spoglio, mi tolgo il reggiseno e comincio a massaggiarmi sperando di liberarmi da quel fastidioso prurito.

E all'improvviso … lo sento! … eccolo! … lo palpo! Resto di ghiaccio, mi tocco e mi tocco di nuovo sperando di essermi sbagliata. Invece è proprio lì, piccolo e duro come un fagiolo!

In un baleno mi viene in mente mia madre, morta di tumore al seno, e mi maledico mille volte perché, pur sapendo di essere un soggetto a rischio, non ho mai voluto fare un controllo, nella convinzione che, avendo il seno piccolo, fossi ben lontana da ogni pericolo. Sono sgomenta, mi accorgo di star tremando. Sveglio mio marito, gli faccio toccare questa presenza. L'avverte anche lui, ma cerca di tranquillizzarmi, mi dice di stare calma. Io non ci riesco: sono certa.

E' tardi e a quest'ora non posso fare niente. Mi sembra così sciocco dormire e far passare queste ore inutilmente. Non riesco a chiudere occhio, tremo come una foglia, mi accosto a Carlo cercando di trarre da lui un po' di calore e di coraggio.
Chiamo a raccolta tutte le mie forze. Devo consultare quanto prima uno specialista, un senologo.
Finalmente la notte è passata.
A mezzogiorno sono in clinica e comincia un'attesa snervante. Mi sento come in trance, la mente galleggia, non riesco a concentrarmi su niente, ho la bocca arsa. Comincio a disperare. Poi ecco, entra un bell'uomo, alto, bruno, sono subito certa che è lui il medico che dovrà visitarmi, mi ispira subito simpatia e fiducia. Mi avvicino, mi presento e , con la voce che mi trema, gli spiego la mia situazione. Si accorge immediatamente del mio stato d'animo e cerca di infondermi coraggio.
Mi fa salire in ambulatorio per visitarmi.

Stesa sul lettino, la testa mi gira. Le sue mani mi palpano a lungo questa cosa. Cerco di leggergli sul viso una spiegazione, una risposta. Lui continua assorto ed impassibile la sua visita. Fa penetrare un ago sottile nel mio seno fino a raggiungere il nodulo ed estrae un po' di liquido per farlo analizzare. La visita è finita. Entra mio marito e il dottore spiega che si tratta di un nodulo che va tolto ed analizzato al momento stesso dell'intervento.
E' la conferma del mio sospetto. Non appena ha parlato di "istologia intra-operatoria" ho capito! Ne capisco abbastanza. E' successo così anche a mia madre. La rivedo, l'ho davanti agli occhi, ricordo tutti gli inutili tentativi per salvarla, tutta la sua agonia! Non voglio piangere, ma non riesco a trattenermi.
Sento a malapena le voci del medico e di mio marito che si parlano, sono lontani.
E' il momento più brutto della mia vita.
La ripercorro come in un flash-back e poi si precipita in modo velocissimo verso la conclusione.
Ho trentanove anni, mi sembra ingiusto, troppo presto! Quanto tempo mi rimane? Quanto potrò stare ancora con i miei cari? Mi faccio forza per affrontare in qualche modo la realtà. E trovo anche la forza per chiedergli se prevede di togliermi il seno. Mi sorride e mi risponde di no, aggiunge che le nuove tecniche operatorie tendono ad essere conservative.
Andiamo via, io con la morte nel cuore. In macchina resto muta, non riesco a trovare nulla da dire. Mille pensieri, ma uno in particolare mi martella: riuscirò a sopravvivere? A casa cerco di calmarmi per tranquillizzare i ragazzi. Passo tutto il pomeriggio a "nascondermi" per casa perché ho paura di scoppiare a piangere davanti ai miei figli.
Finalmente arriva la mattina del lunedì. Le ginocchia mi tremano:ho paura di vedere le mie cose, la mia casa, per l'ultima volta! Stringo i denti e vado avanti. Devo farcela! Arrivo in clinica. Adesso ho solo una maledetta fretta. Inizia la serie di accertamenti. A mezzogiorno mi danno la camera: è piena di sole e vedo il mare. L'intervento è previsto per il primo pomeriggio. Mi sento impazzire! Arriva l'anestesista e mi prende la pressione, scherza, mi dice che se l'ansia che mi invade si trasformasse in energia, potrei illuminare tutta Napoli. Abbraccio Carlo, non vorrei staccarmi più da lui. Viene a chiamarmi un'infermiera, devo andare. In sala operatoria trovo il chirurgo già pronto. Gli dico quanta paura ho e gli confido che ho voglia di scappare; lui mi sorride e mi propone di scappare insieme. Riesco a sorridere anch'io. Le ultime parole che sento, prima di cadere sotto l'effetto dell'anestesia, sono: "Ci vediamo più tardi".
Mi risveglio in camera e sento una mano che mi accarezza la fronte. Che sollievo, mi trasmette calore. E' mio marito, mi dice che è tutto finito. Adesso mi sento più sveglia, meno intontita. Prendo coscienza del mio corpo che pian piano si risveglia … e mi ricordo perché mi trovo lì. Dal bruciore al petto, mi rendo conto di essere già stata operata, ma non riesco a realizzare se ho ancora il seno o no. Devo scoprire subito la verità. Porto la mano destra sul seno operato. Avverto subito il capezzolo dolermi. Sia lodato Iddio, il seno c'è. La ferita è lunga e sento che mi arriva fin sotto l'ascella. E' la conferma che non si tratta di un adenoma ma di un tumore. Carlo è vicino a me, mi tiene la mano. Povero amore mio, quanto starà soffrendo anche lui!

Lo supplico di dirmi la verità, non voglio bugie pietose. Se da oggi la mia vita sarà una lotta per la sopravvivenza, devo sapere tutto. Piango, non sono lacrime di sconforto e di rassegnazione, ma di rabbia e reazione: "devo farcela, devo lottare …". E' il 17 mattina. Carlo non mi lascia un attimo ed io traggo un grande beneficio da questa assidua ed amorevole assistenza. Nel primo pomeriggio arriva il medico che mi ha operata. Lo interrogo, gli faccio il terzo grado. Lui è d'accordo con me nel sostenere che ho diritto a sapere la verità, mi dice che sarà sempre sincero con me. Mi mette al corrente sull'intervento che ho subito e mi assicura che i tumori delle dimensioni del mio, una volta asportati, sono certamente curabili. Gli ricordo che mia madre è morta per un tumore al seno e lui mi spiega che le tecniche chirurgiche e le terapie mediche e radiologiche sono molto progredite negli ultimi anni.

Tra quattro giorni è Natale! La mattina del 21 ritorno a casa, riabbraccio commossa i miei figli. Mi sento malinconicamente felice, molto debole, dovrò rimettermi presto, voglio uscire, riprendere a lavorare, ritornare alla vita di prima al più presto!

Natale 1986. E' già passato un anno dall'intervento. In quest'anno ho fatto applicazioni di cobalto, visite di controllo e tutte le indagini del caso. Tutto procede per il meglio, anche se non sono scomparsi del tutto i dubbi e le paure.
Questa esperienza ha mutato il mio modo di vedere la vita che, nonostante tutto, mi sembra addirittura migliorata. Infatti le piccole contrarietà quotidiane non mi danno più tanta ansia, vivo senza più tanti problemi ed apprezzo molto di più la bellezza della natura; sono diventata più sensibile di fronte a un bel panorama, al viso di un bambino, all'ascolto della musica.
Quest'estate ho fatto un viaggio all'estero; ne ho assaporato ogni attimo: Parigi mi è sembrata stupenda e ciò che gli altri guardavano con gli occhi del turista distratto, io invece lo contemplavo inebriandomi.
Un giorno, in Costa Azzurra, su una spiaggia chiamata Escalet, ho fatto il più bel bagno della mia vita. Le mie lacrime di felicità e di ringraziamento sono diventate un tutt'uno con l'acqua del mare. Non avrei mai potuto provare la gioia e l'intensità con cui ho vissuto quei momenti, se non avessi vissuto quest'esperienza del tumore. Grande è stato il mio sforzo di volontà nell'evitare uno stato di abbandono e di rassegnazione passiva, ma, in grande misura, è stata determinante anche l'affettuosa e costante presenza dei miei medici. Il chirurgo, con il suo appoggio morale e con i suoi consigli, mi ha indicato l'atteggiamento più giusto. Tra di noi è sempre valida la regola che il medico deve dire al paziente sempre e solo la verità. Certo, è vero, ho avuto un cancro, ma sono stata fortunata ad essermene accorta in tempo.
Giorno dopo giorno, ritrovo in me una rabbiosa voglia di lottare, per non farmi aggredire dal male, e sento che la mia vita di oggi vale due volte quella di prima.