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RIORGANIZZARE LA SPERANZA
27.03.2009

 

Una fitta al seno, di notte, improvvisa, violenta.
Ho avuto voglia di scappare, di nascondermi in un luogo lontano, buio, dove nessuno potesse trovarmi e urlare, urlare, urlare.
Non ne ho parlato con nessuno.
Mi sono data il tempo di raccogliere le forze, ho lottato per non lasciarmi sopraffare dal terrore, ho messo da parte i sentimenti e le emozioni.
Dovevo essere lucida e ci sono riuscita. Ho cercato un medico amico che mi ha aiutata a fare le scelte giuste.

Nei giorni del dubbio, delle analisi che non erano chiare in un senso o nell'altro, mi sono sentita in guerra, il male era un nemico contro il quale potevo usare le mie forze e come tutti gli eserciti mi sono data un motto: "Mi toglierai la mammella ma non il cervello, non il cuore"
Quando era tutto deciso, anche la data dell'intervento, ho chiamato tutte le persone che amo e ho chiesto loro di aiutarmi, di non lasciarmi sola: sentivo l'ansia, che non era nuova in me, di condividere questa esperienza.

Ho rifiutato chi non mi aveva mai amata: non volevo niente che nascesse negli altri dalla pietà, dall'orrore, dai sensi di colpa. Mi ha aiutata il guardare la realtà senza reticenze, il chiamare la malattia con il suo nome, il non coccolarmi, l'arginare la marea di pietà e di commiserazione che stava per abbattersi su di me.

Era importante restare Mariantonia, riconoscere la mia fragilità e insieme conservare la mia forza, accettare la paura e non perdere la speranza, amare la vita anche quando sperimentavo il non senso della malattia e del dolore.

Il momento più difficile è stato quando ho parlato con le mie bambine. Ho scelto di dire la verità anche a loro. Credo di non riuscire a descrivere il dolore e lo smarrimento che ho provato quando, nel parlare, ho sentito che queste figlie non mi appartengono, non dipendono da me: a loro ho dato la vita, ma non posso scegliere la durata del percorso da fare insieme a loro.

Contemporaneamente ho acquisito la conoscenza di dover inventare un rapporto nuovo con il mio compagno. Per tanti anni ho cercato l'amore, ho inseguito un sogno impossibile, ho condizionato la mia esistenza e le mie scelte al tentativo di conquistare una persona, ho creduto di poter riuscire ad aumentare l'amore, la tenerezza, l'attenzione. Ho resistito al suo tentativo di amore, mi sono sentita piena di dolore e di rimpianti, sola, ma finalmente libera.

Sono entrata in clinica ridotta all'essenziale, mi era indispensabile l'autenticità: ero riuscita a non fingere con me stessa e potevo rifiutare le finzioni degli altri. I due giorni prima dell'intervento li ho vissuti insieme ai miei amici, ai miei libri, ai medici che mi esaminavano dalla testa ai piedi. Era importante che il resto del mio corpo non fosse invaso dal cancro e quando mi hanno detto che si era fermato alla mammella mi sono sentita fortunata. Una mammella non era indispensabile, l'importante era vivere. Il giorno dell'intervento sono affogata nella paura, seduta in poltrona aspettavo l'ora stabilita; credo di aver sentito quello che sente un condannato a morte: non disperazione, né rabbia, solo paura, quella che ti invade in ogni particella del tuo corpo e ti impedisce di sentire qualsiasi altra cosa. Solo paura e paura, non esistevano le persone, né il tempo, né lo spazio. Sono entrata in sala operatoria tenuta per mano da Giovanni, il mio medico amico. Distesa sul tavolo operatorio ho guardato il chirurgo ed ho provato la stessa inconsapevole fiducia, lo stesso amore pieno di sicurezza e di abbandono che devo aver sentito quando, da bambina, guardavo il volto di mio padre: è stato facile addormentarmi. Il risveglio è stato lento, graduale, senza scosse e senza dolore: nella nebbia vedevo volti amici e silenziosi, le cose riacquistavano i loro contorni naturali, le parole che sentivo erano familiari; piano, per abituarmi alla mia nuova dimensione, ho sentito di nuovo il mio corpo vivo, pulsante e mutilato.

Una parte di me era stata tagliata via: era inutile, malata, infetta; la cartella clinica la chiama "infezione alla mammella destra". Era il seno con il quale avevo allattato le mie figlie, anche con quel seno avevo amato; ora via, asportato, analizzato, buttato.

Per due giorni ho vissuto in lutto, piangevo per i sentimenti, le speranze, i sogni che stavano in quella parte di me perduta.
Mi sono messa subito davanti ad uno specchio e mentre mi guardavo, mi meravigliavo di non provare ribrezzo, né fastidio, ma tenerezza, rispetto, amore per me stessa. Avevo tanto amato fino a quel giorno, ma senza rispetto per me, senza attenzione verso i miei desideri, condizionando le mie scelte ad un malinteso senso di devozione e di attenzione verso gli altri. Ora, per la prima volta, sentivo di amare me stessa.
Davanti a quello specchio, con un seno in meno, con la borsa del drenaggio in mano, spettinata, sconvolta, spaventata, scoprivo il valore di me come persona, mi vedevo con occhi nuovi, mi accettavo, mi amavo. Ho vissuto fino in fondo l'angoscia che viene dalla consapevolezza della precarietà, ho cominciato a muovermi più lentamente, io che facevo tutto di corsa, scoprivo la gioia dei movimenti lenti, pieni, consapevoli.
Mi sono ritrovata a pensare alla mia vita in termini di prima e dopo il cancro, sentivo una frattura profonda, totale, vivevo un'esperienza che mi spingeva a ad analizzare il passato secondo un codice diverso, nato dal dolore della solitudine, dalla solidarietà finalmente autentica verso gli altri con i quali sentivo di condividere la consapevolezza della fragilità e della imperfezione.

Ho parlato col chirurgo, non mi sono mai sentita per lui solo un corpo malato, ma una persona.
Se a questa esperienza così forte e dolorosa riuscirò a dare un senso, e per me sarà possibile "riorganizzare la speranza", è anche perché il mio dolore, la mia paura, hanno incontrato la sua capacità di condividere, la sua umanità. Con lui ho cominciato a chiedermi che cosa non avesse funzionato in me, dove si fosse rotto il mio equilibrio interiore, quali tensioni, quali angosce il mio fisico non avesse saputo più sopportare.
Allora il cancro ha assunto una dimensione nuova, più vera, non un male oscuro, un improvviso impazzire delle cellule, un segno di morte, ma un'occasione di vita, un campanello d'allarme, una possibilità di sperimentare la bellezza di una ricerca per me insolita: una qualità di vita più vera, più autentica, più mia, più vita.
Mi sono chiesta se fosse stato giusto pagare prezzi tanto alti per capire l'infinita possibilità di ricchezza che una vita, qualsiasi vita può sperimentare. Credo che sia una domanda senza risposta: ognuno ha la sua storia, io sto imparando ad accettare la mia ed ora so che non sono nata soltanto quarant'anni fa, che la nascita può durare a lungo, può essere dolorosa, può arrestarsi per molto tempo, ma nascere, guardare la realtà, lottare per quello in cui si crede, amare se stessi e gli altri è l'unica occasione che ci è data. Fino ad ora è stato tutto abbastanza facile: il male con la sua corporeità, il coraggio di affrontarlo e di combatterlo, l'atmosfera quasi immobile nella quale il malato, anche suo malgrado, finisce con il tuffarsi.
Ma il cancro scava molto più affondo di come appaia, ci porta via l'innocenza che siamo riusciti a salvare.
La consapevolezza del dover morire, presto o tardi, non è importante, non è solo pensata, razionalizzata, apparentemente accettata. La senti, diventa parte di te e sai che non potrai più perderla.

Questo diventa il punto di partenza, la strada da percorrere, l'unica possibile: quella dell'impegno, della solidarietà, dell'amore. Credo che il bambino, quando comincia a muovere i primi passi, sia combattuto da due affetti, apparentemente contrastanti: da un lato, la gioia della scoperta, la voglia di andare; dall'altro la paura di dover lasciare la mano della mamma. E' così che io mi sento, devo riprendere la mia strada e sulle spalle devo portare il peso della mia storia e so che dipende solo da me che questo carico non diventi inutile e paralizzante.