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  Mi ricordo tutto. Dalla notte in cui ho scoperto quella strana pallina nel mio seno alla righine bianche e verdi della camera d'ospedale, lo studio dove ho fatto la prima ecografia e il difficile colloquio con l'oncologa olandese che, metà in italiano e metà in inglese, mi prospettava le terapie. Sono passati nove anni da quella diagnosi ("carcinoma globulare infiltrante di tipo classico a medio grado di differenziazione, con componente in situ ed estensione pagetoride ai dotti", recitava la cartella clinica), ma ricordo perfettamente ogni passaggio, ogni volto, quasi ogni parola del mio periodo di convivenza e di battaglia contro il tumore. Avevo 31 anni e una figlia di 4, teoricamente non rientravo nelle categorie a rischio, almeno per l'anagrafe. Ma poco più di un anno prima mia madre era stata operata al seno, un tumore ovviamente, e la parola "familiarità " era entrata nel mio vocabolario. Una notte mi svegliai, mi toccai il seno perché mi faceva stranamente male e per caso la mia mano captò quella pallina dura. Forse se non ci fosse stato un precedente in famiglia l'avrei sottovalutato, ma in quel caso minimizzare era impossibile: ho capito che quella pallina aveva grandi possibilità di essere un carcinoma. Di quei primi giorni ricordo una frenetica ricerca di informazioni che potessero convincermi che no, non era un tumore, forse era una cisti, perché io ero troppo giovane, perché era mobile (le enciclopedie mediche dicono che i carcinomi non lo sono)... In fondo alla testa il pensiero martellante di Valeria, dei suoi 4 anni, la voglia disperata di vederla crescere, la paura paralizzante di non poterlo fare. Non avevo paura per me, avevo paura per lei; paura non soltanto delle conseguenze più estreme, ma anche del trasmetterle in modo sbagliato quello che io stavo vivendo, del sottrarle le serenità a cui aveva diritto. Decisi di agire. Sapevo che se l'ipotesi che mi martellava nella testa fosse stata confermata, avrei cercato quanto di meglio la scienza potesse offrirmi, ma cercai di costruirmi un percorso medico il più amichevole possibile. Soprattutto, il più lontano dall'esperienza di mia madre, capitata nelle mani di un primario senza scrupoli, in un ospedale qualunque. Volevo essere una persona, non un tumore. Andai subito dalla mia amica ginecologa. Ecografia e mammografia (e poi il cosiddetto "ago aspirato" che preleva i tessuti per analizzarli). A tutti continuavo a dire "ho una bambina di 4 anni", alla ricerca di una rassicurazione sul fatto che l'avrei vista crescere. Quando la diagnosi fu certa, decisi che volevo l'ospedale più specializzato, il medico più all'avanguardia, il posto che potesse garantirmi le maggiori chance di guarigione. Non ho mai condiviso (anche se penso di comprenderne i meccanismi) la scelta di chi fugge dal centro specializzato, di chi si rivolge ad un ospedale "normale" per non doversi specchiare in altri come lui, di chi finge di non sapere. Io ho sempre voluto sapere tutto, fino in fondo. Il nuovo centro di Umberto Veronesi aveva da poco aperto a Milano e scelsi di farmi curare lì. Penso di non averne discusso con nessuno, neppure per una frazione di secondo: era il mio corpo, la mia malattia e io volevo decidere cos'era meglio per me. Anche perché in queste situazioni l'equilibrio è difficile: chi ti ama cerca di starti vicino, ma più o meno consciamente ti chiede anche di essere rassicurato; vuole leggere nei tuoi occhi la serenità che gli permette di gestire le sue paure. Fissai la visita e poi organizzai la mia vita normale: avvertii l'ufficio che dovevano cercare un sostituto, andai all'asilo a prendere mia figlia, cercai di ancorarmi alla quotidianità . Fortunatamente, dalla diagnosi all'intervento non passò neppure una settimana e l'impatto con l'ospedale mi dette una grande tranquillità . Trovai ancora una volta un medico donna; la senologa con grande calma mi spiegò cosa mi sarebbe successo: avrei subito una quadrantectomia, il carcinoma non era piccolissimo, un centimetro e mezzo di diametro, ma l'intervento sarebbe stato conservativo al massimo; avrebbero utilizzato la tecnica del linfonodo sentinella, che allora muoveva i primi passi, ma non poteva escludere che avrebbe anche dovuto togliermi tutti i linfonodi dell'ascella. Poi mi disse una cosa che al momento mi sembrava assurda: avremmo potuto rimodellare il seno sano per adattarlo alle nuove dimensioni di quello malato. Io volevo soltanto che lei togliesse tutto quello che c'era da togliere, tutto quello che c'era di pericoloso, la valutazione estetica mi sembrava un'eresia. Capii più tardi, dopo l'intervento, quanto fosse importante il seno per una donna giovane come me e mi resi conto che, tutto sommato, l'investimento "estetico" era anche un atto di fiducia nelle mie possibilità di farcela. Era l'8 marzo quando entrai in sala operatoria, e lei fece un lavoro di cui ancora adesso le sono grata: una cicatrice praticamente invisibile attorno al capezzolo mi ha regalato un seno che sembra non avere mai subito interventi. Decise invece per lo svuotamento ascellare: "E' la sua assicurazione sulla vita", mi disse. No gliel'ho mai chiesto, ma penso temesse un carcinoma più aggressivo di quanto non sia poi risultato. Me la trovai in camera il sabato mattina prestissimo, una giacca a vento in mano: certo non era di turno, ma era passata a vedere come stavo. L'esame istologico rivelò che il mio era un tumore ormonedipendente, l'oncologa mi disse che forse si poteva evitare la chemio e mi propose di entrare in un protocollo di ricerca internazionale. Il risultato fu un trattamento ormonale durato più di due anni che mi provocò una menopausa chimica. Poi ci fu il mese di radioterapia, tutte le analisi, le visite sempre meno frequenti. Resta l'ansia, che ti riprende tutte le volte che ti presenti per una mammografia (ormai solo una volta l'anno). Presto impari a convivere con quel pensiero e a un certo punto ti senti entrata nell'esercito di quelle che ce l'hanno fatta e ti sembra un dovere morale raccontare la tua storia, per far vedere che si può guarire (forse adesso è un verbo che posso usare), per far capire quanto sia importante arrivarci in tempo e fondamentale avere le cure adeguate. Ci convivi e convivi meglio anche con i piccoli e grandi drammi della vita, che comunque impari a guardare in una prospettiva diversa. E può arrivare un momento in cui decidi che devi affermare che la battaglia l'hai vinta tu, che la vita è nelle tue mani e non in quelle della malattia. Per me è successo quattro anni dopo, quando dopo molte paure e incertezze ho deciso che volevo fortissimamente un altro figlio. È nata Cecilia, la mia splendida rivincita. Non sa di esserlo, come Valeria non sa ancora nulla del mio percorso di malattia. Tutte e due sapranno però che c'è un nemico contro il quale potrebbero essere chiamate a combattere. Non è invincibile, basta esserne consapevoli e pronte ad affrontarlo.
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