| Comportamenti e difese del personale medico e paramedico |
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Il ruolo del personale medico e paramedico all'interno di un reparto ospedaliero è estremamente delicato, non soltanto per la competenza tecnica, ma a nostro avviso anche e soprattutto per la valenza di supporto alla sofferenza. Il paziente, attraverso dinamiche legate al transfert, tende a riproporre con il proprio medico, o con l'infermiere di reparto, antichi modelli di relazione. Nell'ambito di una difesa regressiva, ad esempio, il medico viene investito di significati paterni e l'infermiera di valenze materne. P.B. Schneider individua tre tipi di rapporti che si possono stabilire tra medico e paziente:
Un comportamento regressivo va trattato con cautela, senza assecondarlo (tranne nei casi di malati terminali, facendo in modo che la paziente tenda progressivamente a comportarsi da adulta. Nella posizione regressiva, infatti, l'ammalata dipende dal medico-padre e/o dall'infermiera madre attendendosi, di volta in volta, comportamenti ora severi, ora di onnipotenza, ora di attento maternage, a seconda degli investimenti transferali prima citati. Dall'altro canto, il personale può entrare nel ruolo per meccanismi di contro-transfert. I1 contro-transfert, come è noto, è l'insieme delle dinamiche emozionali che si verificano all'interno di una relazione d'aiuto. A prescindere dalle caratteristiche del sanitario, dai suoi percorsi emozionali e dalla situazione contestuale, il controtransfert è una creazione della paziente stessa. Possiamo dunque suggerire che le attese dell'ammalata, provocate ed espresse nel contesto del transfert, si realizzano nel contro-atteggiamento del medico il quale si ritroverà a rivestire più o meno esattamente, il ruolo che la paziente gli aveva affidato. Questa modalità di relazione può divenire una situazione a rischio. Nel contesto suddetto, il medico (o anche l'infermiere) può essere coinvolto in dinamiche che potrebbero non consentirgli un equilibrato comportamento professionale. Più particolarmente il rischio può essere quello di un coinvolgimento emozionale molto forte, di una presa di distanze difensiva, di processi identificativi. In tali evenienze, il comportamento professionale che ne scaturisce può essere ora, ad es., di sottovalutazione della patologia in atto, ora di sopravvalutazione dell'evento morboso; ora di un accanimento terapeutico o, al contrario, di un trattamento non adeguato. Assecondare i meccanismi di difesa significa rinforzarli e fissarli. I1 confronto continuo con la sofferenza e con la morte e i processi identificativi suddetti, determinano, in casi particolari, la sindrome del "burn-out". Questa sindrome colpisce gli operatori impegnati nelle cosiddette Help professions e consiste in un esaurimento fisico e mentale, che condiziona in maniera negativa l'attività professionale di chi ne sia colpito. I sintomi principali sono: stanchezza frequente, senso di depressione, difficoltà ad alzarsi al mattino, ritardo sul posto di lavoro, litigiosità in famiglia, insonnia, inappetenza, senso di sconfitta e di impotenza. Coloro che lavorano in reparti particolarmente "difficili", come i centri di oncologia o di pronto soccorso o i reparti di rianimazione, confrontandosi di continuo con la propria impotenza professionale, subiscono, al confronto con la morte, una serie di frustrazioni che mettono particolarmente in difficoltà il proprio ruolo e la propria "libido sanandi". Questa situazione è predittiva di un burn-out latente. Di fronte al rischio di un simile coinvolgimento emozionale il personale può, a sua volta, mettere in atto difese psicologiche. Una difesa che spesso utilizzano i medici è quella di operare un distacco tra sé e l'ammalato. A tale scopo può essere utile il camice bianco che, oltre ad essere identificativo, può avere la funzione di "filtro".In altri casi è il linguaggio scientifico e strettamente tecnico a rappresentare una difesa per evitare un rapporto più coinvolgente, così come lo strumentario, con l'utilizzo sempre più raro delle mani, diviene un tramite, un terzo oggetto, nella relazione. Il disagio dei sanitari a viversi e gestire la parte emozionale del proprio lavoro quotidiano è aggravata dalle difficoltà che vengono poste dalle istituzioni. Un valido aiuto al superamento di queste difficoltà è rappresentato dal lavoro dei gruppi Balint. Il Gruppo Balint rappresenta uno strumento attraverso il quale il personale si confronta sui meccanismi emozionali messi in atto con un determinato ammalato, mettendo in luce le reali condizioni patologiche o semplicemente di malessere, all'interno di quella relazione. La presenza del conduttore facilita il lavoro del gruppo, che fornisce un supporto obiettivo, non condizionato dall'aver vissuto quell'esperienza. Può capitare che il personale sanitario si difenda da un coinvolgimento eccessivo, assumendo un atteggiamento distaccato o modi bruschi che indubbiamente feriscono l'animo del paziente. Alcuni sono, invece, portati inconsciamente a colpevolizzare la persona che si ammala. Come se la malattia fosse una colpa. Gli "ammalati" sono diversi dai "sani", con un ben netto confine di separazione. L'ammalato, nella maggior parte dei casi, si adegua, entra nel sistema, accetta, trovandosi in una situazione di dipendenza. Allora l'infermiere diventa il personaggio importante da accattivarsi, perché da lui dipende il trascorrere di lunghe ore in una condizione più o meno sopportabile. Il medico viene investito di un ruolo onnipotente. Molti studi clinici hanno dimostrato che, offrendo un supporto psicologico ai pazienti, si ottengono risultati migliori e più rapidamente. In altre parole, un paziente che riceva un supporto psicologico, oltre alle terapie specifiche per la sua malattia, guarisce prima e meglio di un paziente che viene lasciato a se stesso o trattato con eccessivo distacco. Una malattia ha senso, fa soffrire, in quanto investe la persona nella sua totalità . Sono le risonanze della sofferenza interiore che danno alla malattia il suo più vero significato. Uno dei più grossi equivoci nella vita di molti è il rifiuto del dolore. Eppure, senza dolore, non c'è vita. Opporsi e rifiutare la sofferenza non solo è inutile, ma crea nuove pene e problemi. Accettare ed affrontare con serenità e coraggio questa realtà , ove possibile, è un modo per vivere, crescere e maturare. Le necessità di una persona colpita dal cancro, sono tante e molteplici, ma è bene sapere che oltre al personale ospedaliero preposto in maniera specifico alla cura della malattia, esistono altre persone che possono venire incontro a tali esigenze. Assistenti sociali sono presenti in ogni ospedale per consigli pratici sui servizi, sulle indennità , le norme e gli enti cui si possono richiedere. In molti ospedali c'è una cappella per le funzioni sacre e sacerdoti disponibili a visitare chi desidera un conforto religioso. Volontari di diverse Associazioni sono presenti in molti ospedali, già al momento del ricovero, ma più spesso visitano i degenti nelle ore pomeridiane. Essi rappresentano una presenza discreta e amichevole cui è possibile confidare le proprie apprensioni, le difficoltà , specialmente quando parenti ed amici sono poco presenti, o troppo coinvolti, o impreparati a dare l'appoggio ed il conforto che ci si aspetta. Negli Istituti Oncologici, sono operanti i servizi di sostegno psicologico, con personale specializzato in questo particolare campo.La Psicologia Oncologica è una delle branche più recenti della psicologia, in grado di fornire un sostegno veramente valido a chi si trova disorientato o sopraffatto. Infine, il Tribunale dell'Ammalato può essere d'aiuto nei casi di infrazioni contro i degenti. |











