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| Scritto da alts |
![]() La probabilità che un tumore mammario dia metastasi all'utero è estremamente bassa. È più probabile che le lesioni metastatiche si osservino al fegato, a livello polmonare, osseo e celebrale. Non è comunque possibile escludere che un tumore primitivo dell'utero faccia seguito, in modo indipendente ad un tumore mammario. Bisogna comunque tenere presente una possibilità: in una certa percentuale di pazienti operate per tumore della mammella, dopo la chemioterapia è indicato continuare una terapia ormonale a base di anti-estrogeni, in caso di positività recettoriale. In questo caso un possibile effetto collaterale (collegato alla terapia e non al tumore mammario) è a volte costituito da un ispessimento della parete dell'utero (raramente accompagnato dalla comparsa di veri e propri fibromi uterini), che possono anche richiedere accertamenti bioptici. A quali controlli ci si deve sottoporre dopo un intervento chirurgico per l’asportazione del tumore alla mammella e la fine della chemioterapia? Il follow up del carcinoma alla mammella prevede essenzialmente: una visita clinica annuale. Altri controlli, a discrezione del medico ed in funzione del quadro sintomatologivo e clinico generale, sono: • scintigrafia ossea; • radiografia del torace; •ecografia epatica; • tac total body; • risonanza magnetica; • tomografia ad emissione di positroni • rilevazione dei marcatori tumorali. Oltre al nodulo mammario esistono altri segni per sospettare un tumore al seno? Nella larga maggioranza dei casi il tumore al seno si presenta alla donna e al medico come un nodulo duro alla palpazione. La maggior parte dei tumori al seno non provoca dolore.. Ogni nodulo che compare dopo i 30 anni deve essere considerato dubbio. Sempre più spesso è il radiologo, con una mammografia o l’ecografia eseguita per riscontrare un tumore non palpabile. I tumori iniziali guariscono in oltre il 90% dei casi. Esistono, inoltre, alcuni altri segni (rari) che devono essere considerati: • retrazione della pelle • arrossamenti localizzati o diffusi • retrazione o cambiamento del capezzolo • secrezione ematica o sierosa abbondante dal capezzolo • aumento delle dimensioni di un linfonodo all’ascella Ho 35 anni sono stata operata per un carcinoma duttale in situ (microcalcificazioni) alla mammella sinistra con un intervento di quadrantectomia con asportazione del linfonodo sentinella (negativo). Dovrò sottopormi ad una terapia ormonale. Mi hanno detto che è una terapia standard ed è da assumere per 5 anni. Mi chiedo se sarà ancora possibile una maternità dal momento che non ho ancora avuto figli? Il carcinoma intraduttale è una neoplasia confinata ai dotti galattofori. Proprio per questo ha una prognosi eccellente. In caso di mastectomia non c'è nessuna indicazione ad una terapia sistemica adiuvante (cioè chemioterapia od ormonoterapia). Il trattamento ormonale viene da alcuni impiegato nelle donne sottoposte a chirurgia conservativa per ridurre eventuali recidive mammarie. Ovviamente prima deve essere effettuato il dosaggio dei recettori ormonali. In caso di positività può essere somministrato il Tamoxifene 20 mg, una compressa al giorno. Questo trattamento dura cinque anni. Durante la terapia non può però avere nessuna gravidanza e corre un certo rischio per una menopausa precoce.Tutto ciò ha valore se l'esame istologico relativo al reintervento conferma la diagnosi di carcinoma duttale in situ. Dovrò sottopormi ad un intervento al seno. Si può evitare la mastectomia? Qual'è il criterio adottato per questo tipo di intervento? E' possibile evitare di togliere la parte sana? Le sue domande richiederebbero un approfondimento molto complesso, ma proviamo comunque a risponderLe in poche righe. L'intervento di mastectomia consiste nell'asportazione di un tumore al seno e, a volte, dei relativi linfonodi connessi. Questa tecnica chirurgica è necessaria poiché, attualmente, non esiste una cura farmacologica o radioterapica che da sola elimini il problema. L'asportazione del tumore associata a radioterapia, se necessaria, ha salvato la vita di moltissime donne e negli ultimi anni ha sempre più affinato la tecnica chirurgica riducendo al minimo il tessuto sano da asportare. Molte volte, infatti, è possibile fare una quadrectomia cioè l'asportazione di solo un quadrante del seno. Questa tecnica va però utilizzata solo se il tumore è stato scoperto in fase iniziale e se si è sicuri che non abbia già interessato i tessuti vicini. Comunque Le consigliamo di rivolgersi ad un centro di senologia al fine di far valutare la situazione al meglio e scegliere l'intervento più sicuro e meno demolitivo. Ho letto che la pillola anticoncezionale è dannosa per il seno, è vero? La pillola é di nuovo sotto accusa: un esperto britannico ha riaperto la polemica, avvertendo che, a lungo termine, l’anticoncezionale potrebbe aumentare il rischio di cancro al seno, in particolare se viene usato da donne senza gravidanze all’attivo. Il professor Klim McPherson, docente alla London school of hygiene and tropical medicine, ha messo in dubbio l’attendibilità delle più recenti ricerche secondo cui, sull’arco dei dieci anni, la pillola - in circolazione da un quarto di secolo - non accresce affatto il pericolo di tumore o di infarto. Secondo McPherson queste ricerche vanno accettate con riserva perché non si basano su un campione davvero rappresentativo e non coprono un periodo abbastanza lungo: a suo avviso, é troppo presto per affermare che la pillola porti al tumore al seno se presa da donne giovani. In particolare non sono state seguite e analizzate con la dovuta attenzione le donne che hanno incominciato l’uso dell’anticoncezionale orale quindici-vent’anni fa, prima della loro prima gravidanza. Il professor McPherson é considerato un luminare in questo campo e non esclude che eventuali tumori innescati dalla pillola abbaino un’incubazione lunghissima, anche di vent’anni. Sospetta che il pericolo aumenti soprattutto nelle donne che diventano per la prima volta mamme sulla quarantina. “L’affermazione che la pillola non ha conseguenze nocive - avverte in un articolo sul - Journal of epidemionolgy and community health - potrebbe essere prematura e quindi inibire nuovi studi sugli effetti collaterali.” Autrice di uno studio, che nel gennaio scorso ha negato l’esistenza di rapporti tra pillola e tumore, la professoressa Valerie Beral dell’Imperial cancer research fund di Londra ha prontamente contestato gli avvertimenti di McPherson: secondo lei i dati disponibili sono già sufficienti per concludere che l’uso della pillola per cinque anni prima della prima gravidanza non aumenta in alcun modo il rischio di cancro almeno per i quindici anni successivi. Un’organizzazione senza scopi di lucro che nel Regno Unito promuove la diffusione della pillola Brook Adivisory centres, ha stigmatizzato l’uscita di McPherson. Come mai alcune donne sono colpite dal cancro e altre no? L’incidenza dipende da molte cause tra cui la familiarità ed é in base a questo fattore che i ricercatori ritengono che il gene del cancro al seno possa trasmettersi da una generazione all’altra. Identificati 4 anni fa da un gruppo di scienziati americani dell’università dell’Utah, in realtà i geni del tumore maligno della mammella sono due Brca (per esteso Breast Cancer) 1 e Brca 2, e sono stati localizzati sul cromosoma 17. Significa che chi eredita questi geni da nonna, mamma, zie ha circa 60 probabilità su 100 di ammalarsi di cancro al seno. In attesa che la scoperta porti a una terapia genica della malattia, ipotesi comunque ancora lontana, la ricerca sta lavorando sul fronte farmacologico (preparati chemiopreventivi, vitamine, vaccino), con l’obiettivo di diminuire o addirittura azzerare il rischio nelle donne che risultano predisposte al cancro al seno. Un’altra strada, battuta per ora lentamente negli USA, é poi quella della mastectomia preventiva con asportazione totale dei seni e ricostruzione con protesi (già effettuati 4 mila interventi); strada “cruenta” che comunque non garantisce ala cento per cento la sicurezza. Esistono nessi causali comprovati tra l'utilizzo di antitraspiranti e il tumore al seno? Non è stata avvalorata alcuna prova scientifica a supporto dell'idea che l'utilizzo di antitraspiranti aumenti il rischio di tumore al seno. Al contrario, sono state individuate prove attendibili sulla sicurezza di tali prodotti e sul fatto che non hanno effetti nocivi sulla salute. In uno studio clinico globale eseguito di recente non è emerso alcun collegamento tra antitraspiranti e tumore al seno. Questa posizione è condivisa da oncologi, organizzazioni no profit ed enti governativi di tutto il mondo (per ulteriori informazioni, vedere Collegamenti utili).
Esiste un collegamento tra la maggiore incidenza del tumore al seno e l'aumento dell'uso di antitraspiranti?
Senza dubbio si assiste a un aumento dei casi di tumore al seno nei Paesi più sviluppati. Tuttavia molti studi scientifici tendono a collegare l'aumento a fattori diversi dagli antitraspiranti e non esistono prove che questi prodotti siano causa di tumori. Non è stata fornita alcuna prova attendibile che dimostri un legame tra uso di antitraspiranti e tumore al seno.
La maggior parte dei medici e dei ricercatori che hanno studiato questa patologia concorda nell'attribuire l'aumento di tumore al seno nei Paesi più sviluppati allo stile di vita "occidentale" degli ultimi 50 anni. Di seguito sono riportati i fattori conosciuti di tumore al seno:
Dieta
Le diete ipercaloriche e lo stile di vita sedentario causano la maggiore produzione di estrogeni che si registra nelle donne dei Paesi più sviluppati rispetto a quelle che vivono nei Paesi in via di sviluppo. L'incremento di estrogeni e il conseguente aumento della fertilità sono considerati una reazione all'abbondanza di cibo e, nello stesso tempo, fattori di rischio per lo sviluppo di tumore al seno.
9. Esiste un nesso tra un aumento del rischio di tumore al seno, o di altre conseguenze nocive sulla salute, e l'utilizzo di antitraspiranti dopo la depilazione?
Tutte le prove scientifiche condotte sinora indicano che non esiste alcun collegamento tra il tumore al seno e l'uso di antitraspiranti dopo la depilazione. In realtà, la depilazione crea delle microlesioni sulla pelle e l'alcool contenuto in certi antitraspiranti, in particolar modo quelli deodoranti, può provocare bruciore e irritazione se il prodotto viene applicato subito dopo la depilazione. È vero che i prodotti antitraspiranti contengono parabeni, una classe di conservanti che sono stati collegati al tumore al seno?
I parabeni sono dei conservanti che si trovano in moltissimi prodotti di uso quotidiano, inclusi i cosmetici, gli shampoo, i gel per capelli e addirittura certi alimenti. Tuttavia non sono impiegati in alcun antitraspirante Unilever né nella maggior parte dei prodotti antitraspiranti oggi in commercio. E questo non perché i parabeni non siano sicuri, ma perché generalmente gli antitraspiranti si conservano bene anche senza questi ingredienti. Inoltre, l'Unione Europea ha riconosciuto la sicurezza dei parabeni e ne ha approvato l'impiego in una vasta gamma di prodotti. L'aumento dell'assunzione di alcolici tra le donne è da collegarsi alla maggiore incidenza dei tumori al seno, oltre che di molte altre patologie? Molti dati dimostrano che l'assunzione di alcool è direttamente proporzionale al rischio di sviluppare la malattia. Oggi le donne assumono più alcool che in passato e, se la tendenza non diminuisce, i casi di tumore al seno sono destinati ad aumentare. Come si sviluppa il seno e qual è la sua funzione? Il seno, organo sessuale secondario femminile la cui funzione è quella di produrre il latte nel periodo successivo al parto, nella quotidianità è diventato il simbolo stesso della femminilità. Il suo sbocciare segnala il passaggio dall'infanzia alla pubertà e la sua crescita è il segno più precoce della gravidanza. L'evoluzione del seno segue quindi, per molti aspetti, l'evoluzione della donna. Questa evoluzione inizia subito dopo il concepimento, ma bisognerà attendere l'inizio della pubertà perché si avviino le modificazioni sessuali proprie del seno femminile. La ghiandola mammaria femminile esprime infatti la sua massima attività di crescita durante la pubertà e raggiunge la sua completa maturazione nell'età adulta, dopo la gravidanza e l'allattamento. La potenzialità di crescita della mammella si mantiene per tutta la vita riproduttiva della donna sotto lo stimolo degli ormoni sessuali, di cui è organo bersaglio. Dopo la menopausa, con il venire meno della ciclica funzione ovarica, prevalgono nella mammella i fenomeni di regressione senile. Quali sono gli ormoni che influenzano il seno? Gli ormoni più importanti che agiscono sulla mammella sono gli ormoni sessuali femminili prodotti dall'ovaio, gli estrogeni e il progesterone:
Anche se gli ormoni sessuali, e soprattutto gli estrogeni, sono considerati i più importanti promotori della crescita del seno, il controllo globale di tale funzione è mediato dagli ormoni di una ghiandola situata nel cervello, l'ipofisi (in particolare un ormone chiamato prolattina). È vero che ci sono donne più a rischio di tumore al seno? Sono stati condotti numerosi studi per stabilire se nella popolazione femminile esistono delle classi o delle situazioni che presentano un più alto rischio di malattia. Il risultato di questi studi è stato l'identificazione di una serie di indicatori che esprimono una probabilità variabile tra le donne sane di ammalarsi di tumore del seno. A questa probabilità è stato possibile assegnare anche un valore numerico; esiste quindi una sorta di classifica di questi indicatori di rischio:
Un aumento molto modesto di rischio è stato riscontrato nei seguenti casi: • menarca precoce (prima dei 13 anni); • menopausa tardiva (oltre i 55 anni); • assenza di gravidanze; • gravidanza tardiva (oltre i 30 anni); • obesità in post-menopausa. Che cosa significa avere un nodulo mammario? Nella pratica quotidiana della senologia "nodulo mammario" è un'espressione assai frequente. Nella realtà, però, da sola non ha alcun significato finché non viene aggiunto un aggettivo (benigno, maligno, dubbio, dolente) che spieghi il motivo per cui esso è diventato oggetto di attenzione. Infatti tutta la mammella (e tutte le mammelle, non solo quelle di alcune donne) è fatta a noduli. I gruppetti di acini che compongono la sua struttura sono raccolti a formare i cosiddetti lobuli (le formazioni più piccole) e i lobi (le formazioni più grandi costituite da più lobuli tenuti insieme dal tessuto connettivo). Quando si palpa il seno questi lobi danno appunto la sensazione di tanti noduli, che possono avere dimensioni alquanto diverse tra di loro: quello che conta è che in una mammella normale i noduli abbiano tutti la stessa consistenza. Quando la mammella è giovane, se è piccola e magra o se il tessuto grasso è scarso, si può avere la sensazione di tante piccole palline (noduli) di varia dimensione. Se invece la mammella giovane è ricca di tessuto connettivo e tessuto grasso, la sua struttura nodulare si distingue poco. La struttura nodulare è invece molto evidente in gravidanza, perché si verifica soprattutto la crescita degli acini, che sono la sede di formazione degli elementi del latte materno. In menopausa il tessuto che forma la ghiandola va progressivamente scomparendo e al suo posto aumenta il tessuto grasso (anche i noduli ghiandolari si riducono, ma possono comparire noduli di grasso). Quindi nel corso della vita la mammella subisce una continua trasformazione della sua struttura nodulare: ogni mese, in rapporto al ciclo ormonale, nell’arco degli anni, in funzione della fecondità e maternità. Quanti e quali tipi di noduli esistono? Si può dire che esistono quattro varianti di noduli mammari:
Cos'è il fibroadenoma? Il fibroadenoma è il nodulo benigno che più frequentemente compare nella mammella femminile. Esso è tipico dell'età fertile, e soprattutto dell'età giovanile. La sua scoperta in menopausa è solo occasionale, generalmente in coincidenza della prima visita senologica e, in particolare, della prima mammografia. In questi casi si tratta quasi sempre di fibroadenomi situati profondamente, pertanto non palpabili, presenti, ovviamente, dall'età più giovane. Essi non si formano in menopausa perché la parte della ghiandola mammaria da cui si originano, la porzione acinosa, in menopausa va in regressione e scompare. Il fibroadenoma si manifesta come un nodulo solido, tanto più evidente quanto più è superficiale, tondeggiante, o come un gruppetto di noduli fusi tra di loro, con contorni netti (talvolta è possibile apprezzare una specie di solco tutt'intorno al nodulo), mobile (è possibile farlo muovere tra due dita), generalmente non dolente, o leggermente dolente (soprattutto durante il periodo mestruale). Oltre al fibroadenoma tipico (che cresce lentamente o addirittura, raggiunta una certa dimensione, non cresce più), si riconoscono anche altre varietà di fibroadenoma, a seconda che cresca più o meno rapidamente e a seconda dell’età in cui si scopre (fibroadenoma gigante dell’adolescenza, fibroadenoma gigante dell’età perimenopausale, fibroadenomi multipli). Cos'è la mastopatia fibrocistica? La mastopatia fibrocistica è un problema diagnostico che ha coinvolto molto i medici, soprattutto chirurghi, già da tempi remoti. Diverse le interpretazioni che le sono state attribuite, tanto che è assai frequente che le donne inizino il loro colloquio con il senologo dicendo: “Io soffro di mastopatia fibrocistica da anni, per cui mi è stato detto che devo stare sotto stretto controllo”. Attualmente questa espressione non è più accettata dai patologi, ma in passato la sua presenza costante nel tessuto ghiandolare normale delle persone operate di tumore aveva fatto nascere l’ipotesi che la mastopatia fibrocistica fosse una situazione predisponente al cancro. Solo quando si è constatato che la cosiddetta mastopatia era uno stato di tutte le mammelle, questa ipotesi è stata abbandonata. Il corretto uso del termine nasce da uno studio condotto a Nashville su 3000 biopsie mammarie, con l’intento di verificare quali situazioni che si devono considerare “a rischio” di evolvere in cancro. Tutte le lesioni riscontrate sono state catalogate in tre gruppi: • lesioni non-proliferative; • lesioni proliferative senza atipia; • iperplasie atipiche. Questo studio, pubblicato nel 1985, è stato ufficialmente adottato l’anno successivo come criterio guida dell’esame patologico delle biopsie mammarie. Allo stato attuale, considerato che ci vorrà molto tempo prima che il termine “mastopatia fibrocistica” non venga più usato, va puntualizzato che: • il tumore del seno e il dolore mammario non derivano dalla cosiddetta mastopatia fibrocistica; • la mastopatia fibrocistica non è una malattia (per cui è inesatto dire “Io soffro di mastopatia fibrocistica”), ma solo una fase dell’evoluzione del tessuto ghiandolare mammario e quindi la visita periodica di prevenzione non si fa per “controllare la mastopatia fibrocistica” ma per controllare il seno. Cos’è la mastalgia? Il dolore mammario (mastalgia) è di gran lunga il sintomo mammario che più frequentemente conduce la donna adulta alla visita senologica. La frequenza di visite richieste al senologo per il dolore mammario è dovuta al fatto che quando il dolore si protrae a lungo, l'associazione dolore-tumore si crea quasi automaticamente nella mente delle donne, nonostante da più parti si ripeta che questa associazione normalmente non esiste. Il tipo di dolore è molto diverso da donna a donna: indolenzimento, sensazione di turgore o di ammaccatura, ipersensibilità, gonfiore localizzato, dolore come da taglio o da strappo, oppure pulsante come un ascesso, puntorio, urente, trafittivo. Il dolore, che può essere di diversa entità, solitamente è ben sopportato, ma esistono anche casi in cui la sua gravità e persistenza ingenerano malessere, cattivo rendimento sul lavoro, insonnia, irritabilità. Per il suo andamento si riconoscono due forme di mastalgia:
Le cisti mammarie, i fibroadenomi e la mastopatia fibrocistica predispongono ai tumori della mammella? Le cisti mammarie, i fibroadenomi e la mastopatia fibrocistica rappresentano comuni malattie benigne della mammella, normalmente prive di tendenza a degenerare in senso maligno. La presenza in una paziente di tali alterazioni non deve perciò ingenerare ingiustificati allarmismi, ma semplicemente stimolare ad un più frequente controllo medico senologico, al fine di valutare periodicamente le mammelle, che in questi casi risultano di più difficile e complessa valutazione. I fibroadenomi vanno sempre asportati? I fibroadenomi, come detto, non hanno tendenza a degenerare in senso maligno. Per tale motivo non è necessario asportare sistematicamente tutti i fibroadenomi, in particolare in presenza di fibroadenomi multipli. La tendenza attuale è perciò quella di porre indicazione all’intervento solo in caso di dubbio diagnostico o di fibroadenomi a rapido accrescimento e/o di dimensioni tali (superiori a tre-quattro centimetri) da determinare problemi psicologici o estetici nelle pazienti. In caso di mastite acuta durante l’allattamento, la lattazione va interrotta? Non è necessario interrompere l’allattamento al seno del neonato in caso di mastite acuta. I batteri secreti con il latte non costituiscono infatti un pericolo per la salute del piccolo e, d’altra parte, la interruzione della lattazione provoca un peggioramento del ristagno di latte, con ulteriore stimolo infiammatorio della mammella. La paziente deve quindi essere incoraggiata a proseguire l’allattamento. Eventualmente, in alternativa, la nutrizione al seno del neonato può continuare con la mammella sana, avendo cura di svuotare manualmente la mammella malata. Il dolore mammario è un sintomo allarmante? Il dolore alla mammella (mastodinia o mastalgia) è il sintomo mammario di più frequente riscontro nelle donne dalla pubertà alla menopausa. Di regola il dolore alla mammella non è un sintomo preoccupante ed ha per lo più un significato benigno. Specialmente nelle pazienti giovani, il riscontro di un dolore mammario ciclico, unilaterale o bilaterale, che si accentua in prossimità del ciclo mestruale, ma che può persistere in vari gradi per tutto il mese, non deve assolutamente allarmare e non è meritevole di particolari accertamenti diagnostici.. Con più cautela deve invece essere considerato un dolore mammario localizzato, fisso e persistente in una donna in postmenopausa. In una pur piccola percentuale di casi, infatti, il dolore mammario può essere il primo sintomo di un piccolo carcinoma in fase iniziale (e quindi a prognosi comunque buona). Si impone perciò in questi casi l’esecuzione di una mammografia. Quando devono allarmare le secrezioni dal capezzolo? Le secrezioni mammarie bilaterali, pluriorifiziali (cioè che escono da più sbocchi dei dotti galattofori nei capezzoli), di colore lattescente o giallo-bruno-verdastro sono legate a patologie benigne e non devono preoccupare la paziente. Meritevoli di ulteriori accertamenti (esame citologico, ecografia, mammografia) sono invece le secrezioni ematiche o sieroematiche (le secrezioni cioè "sporche di sangue"), specialmente se monolaterali e monoorifiziali (che cioè escono dallo sbocco di un unico dotto galattoforo in un capezzolo). Pur essendo infatti spesso legate a malattie benigne (come i papillomi intraduttali ), sono a volte associate anche alla presenza di un carcinoma della mammella. Il tumore della mammella è una malattia familiare? Senza dubbio esiste una predisposizione familiare a sviluppare un carcinoma mammario. Si calcola che i familiari di primo grado delle pazienti affette da neoplasia della mammella abbiano un rischio doppio di sviluppare un tumore mammario rispetto a chi non ha familiari colpiti dalla malattia. Esistono addirittura forme di carcinoma mammario (fortunatamente rare: 5% dei casi) a carattere praticamente ereditario: si tratta in genere di tumori che insorgono in età giovanile e sono spesso bilaterali. Nelle famiglie interessate da questi tumori vengono trasmessi alla discendenza geni alterati (chiamati gene BRCA1 e BRCA2), che determinano un rischio estremamente elevato (80%) di sviluppare nel corso della vita un carcinoma mammario, spesso, come detto, in età giovanile. Quanto sopra esposto non deve comunque allarmare le donne che presentino casi familiari di neoplasia del seno, ma semplicemente stimolarle a più precoci e frequenti controlli clinici e strumentali, al fine di poter individuare un eventuale tumore mammario in fase precoce e di consentire perciò un trattamento in genere risolutivo della patologia. La pillola anticoncezionale o i trattamenti ormonali per la menopausa possono causare il tumore della mammella? Il problema del rapporto tra trattamenti ormonali estroprogestinici (pillola anticoncezionale e terapia ormonale sostitutiva in menopausa) è ancora oggi ampiamente dibattuto e non completamente chiarito. Per quanto riguarda la pillola anticoncezionale, si ritiene che questa possa determinare un aumento globale di circa il 20% del rischio di sviluppare una neoplasia mammaria. Tale incremento di rischio tende ad estinguersi nell’arco di dieci anni dalla sospensione del trattamento contraccettivo: dieci anni dopo il termine dell’assunzione della pillola il rischio di sviluppare un carcinoma mammario torna cioè ad essere lo stesso delle donne che non hanno mai assunto contraccettivi. L’aumentato rischio di carcinoma mammario risulta percentualmente più significativo nelle donne che hanno iniziato ad assumere la pillola più precocemente, in particolare sotto i venti anni., e che hanno utilizzato il contraccettivo per un lungo periodo (sopra i 10 anni). Passando a considerare brevemente il discorso del rischio cancerogeno mammario connesso con il trattamento ormonale sostitutivo in menopausa, c’è accordo in letteratura sul fatto che un trattamento di durata pari o inferiore ai 5 anni non determina alcun aumento significativo di rischio di sviluppare una neoplasia della mammella. Trattamenti di durata superiore ai 5 anni sono invece associati ad un incremento di rischio dell’ordine del 20-40%. Il trattamento ormonale determina inoltre nel 20-25% dei casi delle modificazioni dell’aspetto mammografico dei seni, che possono rendere meno agevole l’identificazione di carcinomi mammari in fase precoce. E’ perciò utile, nella donna in menopausa in trattamento ormonale sostitutivo, eseguire una mammografia annualmente, in associazione ad una ecografia mammaria. In ogni caso un pregresso carcinoma è considerato una controindicazione al trattamento con estrogeni (contraccettivi e terapia ormonale sostitutiva in menopausa). Allo stesso modo la familiarità per tumore del seno controindica una terapia con estrogeni: le donne con storia familiare di tumore mammario, trattate con estrogeni, hanno un rischio di carcinoma mammario più che raddoppiato rispetto alle pazienti con storia familiare negativa sottoposte a terapia ormonale. A quale età va iniziato lo screening mammografico per la diagnosi precoce del cancro mammario? Anche questo è un argomento abbastanza dibattuto, che ancora non trova risposte unanimi a livello internazionale. Secondo le indicazioni della American Cancer Society, si raccomanda di sottoporre a controllo mammografico almeno ogni due anni tutte le donne asintomatiche al di sopra dei 40 anni di età, fino ai 70 anni di età. Naturalmente occorre non confondere lo screening delle pazienti asintomatiche, finalizzato a scoprire tumori silenti in fase precoce, con gli accertamenti diagnostici che devono essere intrapresi in una paziente che presenti un nodulo mammario sospetto: il sospetto di un tumore mammario impone l’esecuzione di una mammografia (oltre che di una ecografia e di una eventuale biopsia) anche in una paziente al disotto dei 40 anni di età. Qualora in famiglia esistano casi di tumore mammario, a quali controlli occorre sottoporsi? Nelle donne con familiarità per carcinoma mammario (presenza di due familiari di primo grado con storia di neoplasia mammaria) i controlli mammografici vanno iniziati a 35 anni e devono avere cadenza annuale. Quando i casi familiari coinvolgano però persone in età giovanile, a causa dell’alto rischio di trovarci di fronte a neoplasie mammarie geneticamente determinate e quindi ereditarie, i controlli mammografici annuali devono essere iniziati a 25 anni di età e comunque cinque anni prima dell’età in cui il cancro della mammella è stato diagnosticato nel familiare. Nella diagnosi della malattie mammarie è più utile la mammografia o la ecografia? La mammografia e l’ecografia mammaria vanno considerate, nella donna sintomatica (cioè con una tumefazione mammaria) due indagini diagnostiche non alternative ma complementari. Di fronte ad un nodulo sospetto, qualunque sia l’età della paziente, solo la combinazione delle informazioni derivanti dai due esami consente al medico di formulare una diagnosi corretta. Occorre però dire che, nella donna giovane, data la rarità del tumore mammario a questa età, di fronte ad un nodulo che non presenti, alla visita del medico, caratteri di sospetto per una neoplasia maligna, ci si può limitare all’esecuzione della sola ecografia. L’ecografia non è in ogni caso idonea come esame di screening nella donna asintomatica: non è cioè corretto sostituire il controllo biennale mammografico dopo i 40 anni con un controllo ecografico. Le radiazioni della mammografia espongono le pazienti al rischio di tumori della mammella? Con le attuali attrezzature e tecniche mammografiche, la dose di radiazioni assorbita da ciascuna mammella durante un esame mammografico è molto modesta. Gli studi effettuati sul possibile rischio cancerogeno connesso con la mammografia eseguita periodicamente sono del tutto tranquillizzanti: la dose cumulativa di radiazioni connessa con lo screening mammografico periodico non aumenta in modo significativo l’incidenza di tumore mammario nelle pazienti. Quando la mammella va asportata completamente, in caso di neoplasia mammaria? L’asportazione di tutta la ghiandola mammaria, con la porzione di cute sovrastante, comprendente l’areola ed il capezzolo (mastectomia totale) viene eseguita quando i carcinomi mammari superano le dimensioni di tre centimetri oppure quando tumori anche più piccoli interessano direttamente la cute o la parete toracica. Cosa è la quadrantectomia e quando si effettua? La quadrantectomia consiste nell’asportazione del quarto di mammella (quadrante) interessato dalla neoplasia. Viene riservata ai casi di neoplasia mammaria di piccole dimensioni (diametro fino a 3 centimetri). Questa tecnica chirurgica, definita "conservativa", in quanto destinata a preservare il più possibile l’identità anatomica della paziente ed a limitare di conseguenza l’impatto psicologico legato all’asportazione del seno, fu messa a punto dal professor Umberto Veronesi all’Istituto dei Tumori di Milano negli anni Settanta. Il risultato cosmetico, nella maggior parte dei casi, è eccellente; gli studi a lungo termine hanno inoltre dimostrato che le percentuali di guarigione, nei casi di tumori di piccole dimensioni, sono sovrapponibili nelle donne trattate con mastectomia totale e in quelle curate con quadrantectomia. La chirurgia mammaria per neoplasia si associa sempre alla asportazione dei linfonodi ascellari? La asportazione di tutti i linfonodi ascellari (linfoadenectomia ascellare totale) viene quasi sempre associata agli interventi chirurgici per carcinoma della mammella, sia che si asporti tutto il seno (mastectomia totale), sia che ci si limiti all’asportazione di un solo settore di mammella (quadrantectomia). Ciò perché i linfonodi ascellari rappresentano in genere la prima sede di eventuali metastasi del carcinoma mammario. Solo recentemente sta prendendo piede una nuova tecnica, detta del linfonodo sentinella, che prevede l’asportazione solo del primo linfonodo della catena linfatica ascellare; qualora esso risulti, all'esame istologico, non interessato dalla patologia neoplastica, si può evitare la linfoadenectomia totale. Si tratta di una procedura recentemente validata scientificamente, che si può applicare per tumori piccoli e con linfonodi ascellari non apprezzabili clinicamente; naturalmente è necessaria la presenza, nella struttura di afferimento, di un reparto di Medicina Nucleare, di Anatomia Patologica, di Radioterapia, di Oncologia e di una equipe di Senologi Chirurghi dedicati. E’ normale presentare gonfiore, difetti di sensibilità e formicolii all’arto superiore, dal lato della mammella operata? L’intervento chirurgico di asportazione della mammella, totale (mastectomia) o parziale (quadrantectomia), è sempre associato, come detto, alla asportazione dei linfonodi ascellari (linfoadenectomia). Ciò comporta un danno inevitabile al circolo linfatico ed alle strutture nervose che passano attraverso l’ascella. E’ perciò normale che, dopo un intervento chirurgico per carcinoma mammario, la paziente lamenti, dallo stesso lato, gonfiore dell’arto, formicolii e difetti di sensibilità. La mobilizzazione precoce dell'arto, attuata già, seppur in modo blando, dal primo giorno dopo l'intervento, e quindi proseguita in maniera regolare e via via più intensa successivamente (figura A e figura B), è senza dubbio la terapia migliore per attenuare l'entità di questi disturbi. La sequela post-chirurgica più importante è senza dubbio rappresentata dal gonfiore dell’arto superiore. L’asportazione dei linfonodi ascellari comporta la stagnazione del liquido linfatico a livello dei tessuti del braccio, dell’avambraccio e della mano: l’aumento di volume conseguente dell’arto viene chiamato linfedema. Il trattamento del linfedema prevede, oltre, come detto, alla ginnastica precoce, la terapia dietetica ipocalorica nelle donne obese e il linfodrenaggio. Una tecnica piacevole ed efficace per la terapia del linfedema è rappresentata dal linfodrenaggio manuale, che deve essere attuato in modo sapiente e professionale da un terapista della riabilitazione esperto in questo tipo di trattamento. Il linfodrenaggio manuale, che richiede sedute della durata di circa un’ora (cicli di una seduta al giorno per cinque giorni alla settimana, per due settimane), consiste in manovre compressive e drenanti manuali, che consentono il riassorbimento di liquidi in eccedenza dai tessuti verso la rete dei capillari linfatici. La paziente con linfedema deve evitare di sollevare pesi con l’arto interessato dal gonfiore. Deve inoltre evitare di eseguire iniezioni, prelievi ematici, misurazioni della pressione arteriosa dalla parte malata. Qualora la paziente curata per carcinoma mammario decida di ricostruire la mammella con l’inserimento di una protesi al silicone, questo intervento quando va eseguito? E’ ormai tendenza generalizzata quella di ricorrere, se possibile, alla ricostruzione immediata della mammella, cioè alla ricostruzione durante lo stesso intervento di mastectomia. Ciò consente due grossi vantaggi: riduce innanzitutto la sensazione inevitabile di mutilazione derivante dalla asportazione del seno, ed evita inoltre la necessità di doversi sottoporre ad un nuovo intervento chirurgico. Quando la ricostruzione immediata non sia possibile per problemi tecnici o logistici, si può comunque ricorrere ala ricostruzione ritardata, cioè eseguita successivamente alla mastectomia. Esistono dei rischi legati alle protesi al silicone? Le protesi utilizzate per ricostruire la mammella asportata chirurgicamente sono fatte di silicone, materiale ritenuto come il più "inerte" nei confronti dei tessuti organici. Le protesi al silicone non hanno dimostrato capacità di indurre la formazione di tumori della mammella. Gli studi fino ad ora condotti non hanno inoltre evidenziato un nesso tra protesi al silicone e malattie cosiddette autoimmuni (sclerodermia, artrite reumatoide). La complicanza locale più frequente legata alla presenza di protesi al silicone è rappresentata da una reazione fibrosa, che rende la mammella ricostruita più dura e, in rari casi, deformata. Quando la protesi si rompe, è necessario sostituirla chirurgicamente, per impedire che il gel di silicone., non più contenuto da un involucro, si diffonda nei tessuti determinando la formazione di granulomi. Dopo l’intervento alla mammella, quando ci si deve sottoporre alla chemioterapia? La chemioterapia precauzionale, dopo un intervento chirurgico alla mammella per carcinoma, viene eseguita nelle pazienti che, all’esame istologico dopo l’operazione, presentino i linfonodi ascellari già intaccati dalla neoplasia, pur non manifestando metastasi in altri organi. Oggi sta tuttavia sempre prendendo più piede la tendenza a sottoporre alla chemioterapia anche le pazienti che, pur presentando negatività tumorale dei linfonodi ascellari, siano affette da carcinomi con caratteristiche di malignità più accentuate. Tale chemioterapia post-intervento, come detto, ha un significato precauzionale: è cioè finalizzata ad eliminare eventuali cellule tumorali residue ed a prevenire quindi il rischio di metastasi. Quando va iniziata e quanto dura la chemioterapia? La chemioterapia va iniziata molto presto, entro 2-3 settimane dall’intervento chirurgico. A seconda del tipo di trattamento chemioterapico prescelto dall’oncologo, il trattamento chemioterapico prevede sei cicli di terapia con cadenza mensile (per un totale di sei mesi di cura) o quattro cicli di terapia con cadenza mensile (per un totale di quattro mesi di cura). Quali sono gli effetti collaterali più comuni della chemioterapia? Gli effetti collaterali più comuni del trattamento chemioterapico sono rappresentati dalla nausea e dal vomito (che peraltro i nuovi farmaci antivomito riescono a prevenire o a controllare nella gran parte dei casi), dalla diminuzione dei globuli bianchi e delle piastrine (in genere di modesta entità), dal blocco delle mestruazioni (amenorrea) e dalla perdita temporanea dei capelli. Alcuni tipi di chemioterapia possono anche determinare, seppur raramente, un danno cardiaco, per cui sono controindicati nelle pazienti cardiopatiche. La perdita dei capelli è definitiva dopo la chemioterapia? Come detto, la perdita dei capelli (alopecia) dovuta al trattamento chemioterapico è temporanea. La perdita dei capelli è infatti reversibile nella totalità dei casi dopo la sospensione della terapia. Va ricordato che alla caduta dei capelli può essere associata quella dei peli pubici e ascellari e delle sopracciglia. E’ possibile, in parte, ovviare all’alopecia da chemioterapici applicando, per circa trenta minuti prima e dopo la somministrazione endovenosa, un casco di plastica contenente del ghiaccio. Dopo la chemioterapia si va in menopausa? Il trattamento chemioterapico del carcinoma mammario è frequentemente associato al blocco delle mestruazioni (amenorrea). Nelle donne più giovani (età inferiore ai 40 anni) questo blocco delle mestruazioni è nell’80% dei casi reversibile, per cui le pazienti, pur essendo a rischio di sviluppare una menopausa precoce, dopo alcuni mesi tornano ad avere dei cicli mestruali abbastanza regolari . Nel 95% delle donne con età superiore ai 40 anni il blocco delle mestruazione è invece irreversibile, per cui le pazienti vanno in menopausa. Le donne sottoposte a chemioterapia possono ancora avere gravidanze? Come detto, nelle pazienti giovani sottoposte a chemioterapia per carcinoma mammario il blocco delle mestruazioni (amenorrea) è reversibile, per cui le donne tornano dopo alcuni mesi ad avere mestruazioni regolari, potendo quindi concepire un figlio. Attualmente si consiglia di attendere un periodo di cinque anni dalla fine del trattamento prima di intraprendere una gravidanza. Questo in considerazione del fatto che nei primi anni dopo la terapia le ricadute della malattia sono più frequenti. Dagli studi fino ad oggi condotti sembra di poter concludere che i bambini nati da pazienti trattate con chirurgia, chemioterapia e radioterapia per carcinoma mammario non presentano incidenza di malformazioni superiore rispetto alla popolazione generale. Come ci si deve comportare, qualora un carcinoma mammario venga diagnosticato in gravidanza? Qualora una mammografia debba essere necessariamente eseguita in gravidanza, occorre minimizzare il più possibile, con opportune schermature, la dose di radiazioni trasmessa al feto. Nel caso in cui si debba sottoporre la gestante a biopsia in anestesia locale o ad intervento chirurgico in anestesia generale, queste procedure possono essere eseguite in qualsiasi momento della gravidanza, senza particolari rischi per il feto. Il ricorso alla chemioterapia e alla radioterapia deve invece essere evitato durante tutto il periodo della gravidanza, per il pericolo di danni fetali. Dopo l’intervento alla mammella, quando occorre sottoporsi anche alla radioterapia? La radioterapia viene eseguita di regola dopo gli interventi chirurgici alla mammella cosiddetti conservativi, cioè gli interventi nei quali non si asporta l’intera mammella, ma solo il quarto della stessa interessato dal tumore (quadrantectomia). Il significato del trattamento radioterapico, in questi casi, è quello di eliminare eventuali cellule tumorali non asportate dal trattamento chirurgico e rimaste perciò in sede. Dopo gli interventi di asportazione totale della mammella non viene invece di norma eseguita la radioterapia Quando va iniziata la radioterapia e quanto dura? La radioterapia sulla porzione di mammella residua, dopo intervento chirurgico conservativo (quadrantectomia), viene di solito iniziata 4-5 settimane dopo l’intervento. Un intervallo anche più lungo, giustificato a volte da lunghe liste d’attesa, non sembra tuttavia compromettere i risultati in termini di guarigione. Nelle pazienti che devono eseguire pure la chemioterapia, i due trattamenti (chemioterapico e radioterapico) possono essere eseguiti anche contemporaneamente, senza che questo comporti effetti tossici particolari. La radioterapia prevede in genere 5 sedute alla settimana per un totale di 5-6 settimane di trattamento. Sono in corso studi clinici finalizzati a valutare l'efficacia di una radioterapia intraoperatoria, eseguita cioè direttamente nel corso dell'atto chirurgico, anzichè successivamente ad esso. Si tratta tuttavia di una metodica sperimentale e non ancora applicabile su larga scala. Quali problemi può determinare la radioterapia? La radioterapia della mammella residua, dopo un intervento chirurgico conservativo, determina in genere gonfiore ed arrossamento della parte irradiata. Si tratta di effetti collaterali transitori, che si risolvono nell’arco di qualche settimana con l’aiuto di pomate cortisoniche. La mammella irradiata, in caso di gravidanza, nel periodo dell’allattamento tende a non gonfiarsi ed a produrre quantità limitate di latte. Dopo l’intervento chirurgico, la chemioterapia e la radioterapia, quando occorre fare la terapia ormonale? La terapia ormonale viene in genere eseguita in tutte le donne che presentino tumori che, alle indagini istologiche, risultino sensibili agli estrogeni. Vengono esonerate dalla terapia ormonale le pazienti con tumori non sensibili agli estrogeni e le pazienti con tumori a bassissimo rischio di metastasi (cioè con tumori di diametro inferiore ad un centimetro, formati da cellule a bassa malignità e che non hanno intaccato i linfonodi ascellari). In che cosa consiste la terapia ormonale? La terapia ormonale consiste generalmente nell’assunzione per via orale di una compressa giornaliera da 20 milligrammi di tamoxifene. Tale sostanza è dotata di effetto antiestrogenico a livello delle cellule mammarie, per cui è in grado di bloccare la proliferazione di eventuali cellule neoplastiche rimaste nell’organismo della paziente dopo il trattamento chirurgico, chemioterapico e radiante. Quali sono gli effetti collaterali della terapia con tamoxifene? I più comuni effetti collaterali della terapia con tamoxifene sono rappresentati dai sintomi menopausali, più intensi durante i primi mesi di trattamento. Vampate di calore, sudorazioni notturne, alterazioni o interruzioni mestruali, perdite vaginali, secchezza e prurito vaginale, riduzione del desiderio sessuale e dolore durante i rapporti sono comuni durante la terapia con tamoxifene. Poiché, seppur raramente, la terapia con tamoxifene può provocare la formazione di tumori uterini, si consiglia di eseguire annualmente una ecografia transvaginale. Per quanto tempo va continuata la terapia con tamoxifene? La terapia per via orale con le compresse di tamoxifene, che viene iniziata dopo qualche giorno dall’intervento chirurgico, deve essere continuata per cinque anni. Non esistono dimostrazioni che trattamenti più prolungati aumentino l’efficacia preventiva della terapia. A quali controlli occorre sottoporsi dopo il trattamento per una neoplasia mammaria? Le pazienti sottoposte ad intervento chirurgico e trattamento radio/chemio/ormonoterapico per carcinoma della mammella devono sottoporsi, per il resto della loro vita, ogni sei mesi ad un esame senologico ed ogni anno ad una mammografia, al fine di evidenziare il più precocemente possibile eventuali ricadute locali della malattia o la comparsa di neoplasie alla mammella controlaterale. Sull’utilità di aggiungere a questi controlli periodici la ricerca nel sangue di alcune sostanze (markers) tumorali, come il CEA o il CA15.3, oppure la radiografia del torace, la scintigrafia ossea o l’ecografia epatica, non esiste ancora accordo nella comunità scientifica. In caso di ricadute locali (cioè alla mammella residua in caso di quadrantectomia, alla parete toracica o alla ascella) della malattia neoplastica, cosa occorre fare? In caso di ricaduta tumorale locale a livello della ascella o della porzione di mammella residuata all’intervento conservativo di quadrantectomia si ricorre in genere ad un nuovo intervento chirurgico di asportazione della massa tumorale, insieme con la porzione di mammella rimasta. Negli altri casi (ad esempio ricadute in corrispondenza della parete toracica ) si utilizza invece generalmente la radioterapia. In caso di metastasi tumorali, a quali terapie occorre sottoporsi? La presenza di metastasi tumorali controindica in genere l’esecuzione di trattamenti chirurgici o radioterapici. Si ricorre in genere alla chemioterapia (sono oggi disponibili nuove combinazioni di farmaci molto efficaci) e/o alla ormonoterapia (trattamento con tamoxifene in prima battuta, quindi con altre sostanze se il tamoxifene non risulta efficace). Nelle donne in età molto avanzata, quale è il trattamento corretto per un tumore mammario? Poiché il tumore mammario nella paziente anziana è una neoplasia ad andamento spesso molto lento, per cui la morte in molti casi sopravviene per cause indipendenti dalla malattia tumorale, nelle pazienti oltre gli 80 anni di età, in particolare se in precarie condizioni generali, si può decidere di limitare la terapia antineoplastica al semplice trattamento chirurgico (più o meno esteso a seconda dei casi e delle situazioni: quando vi siano controindicazioni alla anestesia generale si pratica la semplice escissione del tumore in anestesia locale, evitando la asportazione dei linfonodi ascellari), seguito da una terapia per 5 anni con una compressa giornaliera di tamoxifene. Si preferisce spesso non ricorrere alla radioterapia ed alla chemioterapia, per evitare gli effetti collaterali e i disagi invariabilmente connessi con questi trattamenti. Il tumore della mammella è possibile anche nel sesso maschile? Anche il maschio può presentare, seppur raramente, un carcinoma della mammella, che origina dagli abbozzi ghiandolari mammari. Le neoplasie mammarie maschili rappresentano l’1% delle neoplasie mammarie totali; i carcinomi della mammella costituiscono inoltre l’1% dei tumori che si riscontrano nel sesso maschile. La diagnosi di carcinoma mammario viene effettuata anche nel maschio attraverso la mammografia, la ecografia e, quando necessario, l’agoaspitrato o la biopsia chirurgica Quale è la terapia del tumore della mammella nel sesso maschile? La terapia del carcinoma mammario maschile non si discosta da quella praticata in caso di neoplasia mammaria femminile. Il trattamento prevede l’asportazione totale della ghiandola mammaria, con la cute soprastante ed il complesso areola-capezzolo (mastectomia totale), e di tutti i linfonodi ascellari. Seguono la chemioterapia (in caso di presenza di cellule tumorali ai linfonodi dell’ascella), la radioterapia sulla parete toracica (nei casi localmente avanzati) e la terapia ormonale con compresse di tamoxifene (da assumere per cinque anni se il tumore risulta sensibile al trattamento ormonale). Le donne che hanno il seno grosso, quando diventano mamme hanno più latte? No. E’ un mito da sfatare. Le dimensioni del seno non influiscono sulla quantità di latte prodotto: questo alimento viene secreto dalle ghiandole mammarie, che hanno poco a che fare con le dimensioni della mammella. A rendere il seno pieno e voluminoso, sono soprattutto le cellule di tessuto adiposo e fibroso, che non producono latte. Oltretutto, a stimolare la secrezione del latte é un ormone secreto dall’ipofisi, la prolattina, la cui quantità non é influenzata dalla dimensione della mammella. Perché prima delle mestruazioni il mio seno si indurisce e mi fa male? Colpa dei cambiamenti ormonali che si verificano in prossimità delle mestruazioni: dopo l’ovulazione, estrogeni e progesterone stimolano la ghiandola mammaria ad accrescersi e favoriscono la ritenzione di liquidi. Il seno aumenta di volume e si indolenzisce, perché i tessuti “tirano”. Questi sintomi disturbano 1 donna su 3. E sono più comuni tra i 30 e i 40 anni. Quando comincia il flusso mestruale, il dolore si attenua, perché i livelli dei due ormoni calano. Per non soffrire, nei giorni che precedono le mestruazioni indossa un reggiseno più confortevole. E riduci l’assunzione di alimenti che contengono caffeina: caffè, cola, cioccolato, possono aumentare il dolore; Se vuoi, puoi alleviare il senso di tensione mammaria con spugnature fredde. Ho un seno pieno di noduli. Per il ginecologo é fibromatoso. Cosa significa? Significa che ha sentito, con i polpastrelli delle dita, tanti granulini disseminati o numerose cisti. Questo disturbo, che può provocare indolenzimenti al seno nei giorni precedenti al flusso mestruale, non deve preoccupare: si tratta di piccoli noduli benigni. E’ importante però verificare con l’autopalpazione, ogni mese, se i noduli si modificano: se uno diventa più grande o se si indurisce. In tal caso, il medico può prescrivere un’ecografia, per verificare se é il caso di asportare il nodulo. La presenza di un nodulo al seno deve preoccupare? E’ sempre meglio, in presenza di un nodulo al seno, interpellare il prima possibile il medico: é l’unico che può indirizzare verso ecografia, mammografia, biopsia, per una diagnosi più appropriata. “In linea di massima, non ci si deve allarmare subito”, dice il professor Alberto Peracchia, direttore dell’Istituto di chirurgia generale e oncologia chirurgica del Policlinico di Milano. Al tatto, spesso si riesce a capire che tipo di nodulo é. Se é mobile, liscio, con contorni e superfici regolari o di consistenza dura, ma abbastanza elastico, probabilmente si tratta di un nodulo benigno o di una cisti. Se é invece é duro, fisso, non si muove e percepisci che ha contorni irregolari, potrebbe anche essere un piccolo nodulo maligno. Ma l’ultima parola spetta all’oncologo. |












