| Introduzione |
| Scritto da Administrator |
|
La cultura del mondo occidentale spesso vede nella malattia, nel dolore e nella morte solo gli aspetti negativi e/o punitivi, che ne giustificano il rifiuto e l'orrore, impedendo di viverli come eventi naturali. Non di rado, infatti, la malattia può anche rappresentare un'importante occasione di riflessione e di cambiamento. Nella maggior parte dei casi resta, comunque, fondamentale il bisogno di comprensione e di aiuto. Il più delle volte il senso di impotenza e di profondo turbamento è presente non solo nella persona che si ammala, ma anche nei suoi familiari, che non sono in grado di fornire un sostegno adeguato, avendone essi stessi bisogno. Nella maggior parte dei casi questi avvenimenti tendono ad isolare le famiglie dalla società; una specie di pudore da un lato e l'incapacità di comunicazione dall'altro, limitano i contatti esterni. L'ALTS intende fornire, oltre ad un'informazione corretta sull'argomento, anche la possibilità di incontrare persone con gli stessi problemi, principalmente donne, che già li hanno affrontati con successo o che stanno ancora lottando con coraggio e fiducia. Approfondire le complesse dinamiche psicologiche, conoscerle, può facilitare sia il dialogo che la richiesta di aiuto, in modo efficace e positivo. Aiuta a non sentirsi soli e a non isolarsi, ma a dare e ricevere, a mettere in comune le esperienze con un senso di condivisione che rende il disagio più accettabile e più lieve da sostenere. Questa sezione puà risultare utili per molti: per tutte quelle donne colpite da un tumore del seno, per gli ammalati oncologici in generale, per i medici e gli operatori socio-sanitari, infine per i familiari e gli amici. Nella vita di ciascuno di noi, infatti, c'è sempre qualcuno che soffre e che possiamo aiutare e sostenere. Alle donne interessate raccomandiamo soprattutto di non isolarsi, di non chiudersi in se stesse con i loro dubbi e le loro paure; parlarne fa bene, chiedere spiegazioni ai medici, anche più volte, è un diritto, chiedere sostegno e affetto a familiari ed amici, rafforza i legami e dà coraggio. Le scoperte mediche degli ultimi 20 anni hanno sconvolto l'idea della malattia. Oggi sappiamo che l'atteggiamento del malato è più importante di molte medicine. L'idea che la psiche sia un mondo a parte, infatti, appartiene al passato: oggi numerose ricerche scientifiche hanno ormai dimostrato che accanto a un disturbo organico vi è quasi sempre anche un disturbo psichico e viceversa. Non solo: è stato accertato che, in presenza di malattia, una terapia che tenda a trascurare la psiche può ostacolare notevolmente l'esito delle cure e, a volte, persino peggiorare l'infermità. Questo concetto rappresenta un vero e proprio cardine nel campo dell'oncologia, tanto che negli ultimi anni si è andata a delineare una nuova disciplina che mira a curare i disturbi psicologici dei malati di tumore: la Psiconcologia. Quando gli viene diagnosticato un tumore, la donna entra in un vero e proprio stato di "crisi": un drammatico “cambiamento” caratterizzato da tre momenti principali: 1. l'incontro con il problema, in cui il paziente prende consapevolezza del suo stato di malattia e dell'eventualità della propria morte; è in questa fase, così, che cambia il rapporto con se stessi e con gli altri, poiché muta la visione della vita stessa; 2. il cambiamento dell'atteggiamento di familiari e parenti, che si mobilitano per cercare di aiutare al meglio il paziente; 3. un'alterazione del proprio equilibrio attraverso l'individuazione di soluzioni adattive, conseguenti all'accettazione o meno della malattia. “Sì sono viva. Ma la mia vita è fatta di nostalgia… Nostalgia per la donna che ero, per la mia femminilità, la mia giovinezza perduta. Adesso sono in menopausa per colpa della chemio, e non mi possono nemmeno curare con gli ormoni. Ho vampate, insonnia, sudorazioni, dolori articolari. Per non parlare del desiderio, morto e sepolto. No, niente è più come prima…”. Non è possibile fare delle riflessioni sull’esperienza, purtroppo tanto generalizzata “tumore del seno” senza soffermarsi sulle drammatiche conseguenze che tale malattia genera nella comunità. Il senso di confusione dopo una diagnosi di tumore, è stato paragonato “ai secondi successivi ad una scossa di terremoto”. E’ difficile per una donna gestire la menomazione risultante da un intervento chirurgico al seno, assieme al tumore viene asportata l’immagine intima con la quale la donna stabilisce i suoi legami affettivi. La perdita di una parte, che simbolicamente nella nostra cultura rappresenta il tutto, può essere considerata la perdita d’identità fisica e psicologica. Una donna operata al seno in molti casi vive, oltre alle paure per la malattia, un senso d’isolamento affettivo-amoroso. Poiché il seno ha una valenza così grande e profonda per la femminilità, per molte donne, specialmente se giovani, non basta la sicurezza di aver sconfitto la malattia. Un intervento mutilante può avere ripercussioni psicologiche negative anche molto gravi. Oggi, per fortuna, si dà maggiore importanza alla "qualità della vita" e alle esigenze emotive delle donne operate al seno. Molte donne si sentono tradite dal proprio corpo. Per molte, l’asportazione del seno, o le cicatrici mal riuscite, sono inaccettabili: “Io stessa non riesco più a guardarmi, lì. Figurarsi se posso pensare di avere ancora una vita intima!”. In questo complesso alternarsi di pensieri, atteggiamenti e volontà del paziente affetto da cancro, il ruolo della psiconcologia è proprio quello di “guidare” il malato e i familiari non soltanto all'”accettazione” e alla “convivenza” con la malattia, ma soprattutto servirà al paziente per aumentare la stima di sé, aumentando le sue difese immunitarie e, quindi, incrementando le possibilità di successo della terapia. Per esempio, è stato ampiamente dimostrato (Morris e Al. 1993) che nella popolazione con patologie mentali (come ansia, depressione, schizofrenia e disturbi del comportamento alimentare) vi è un aumento della mortalità pari a 3,5 volte in più rispetto alla popolazione generale non depressa con la stessa patologia organica; tale dato si riscontra particolarmente in caso di malattia cardiocerebrovascolare, oncologica e dismetabolica. Il compito dello psiconcologo, quindi, è quello di approfondire l'impatto psicologico e sociale che la malattia oncologica ha sulla vita del paziente e della sua famiglia. Il cancro, infatti, più di ogni altra malattia richiede al paziente un continuo sforzo fisico e mentale di adattamento e senza l'aiuto di un'équipe esperta sarebbe difficile preservare nel malato un'integrità psichica e fisica, continuamente minacciata dal ricordo delle esperienze passate, dalla percezione di una vicina minaccia di morte e dalla sensazione di non avere le forze per risollevarsi. La “sindrome psiconeoplastica” è influenzata nella sua manifestazione dall’intrecciarsi di diversi fattori che possono tra loro interagire in qualsiasi insieme ed in modo strettamente personale, l’intervento dello psicologo clinico può essere quindi strutturato a più livelli. Un primo livello può essere definito di sostegno psicologico ed é prevalentemente mirato a: 1) contenere l’ansia e le emozioni che scaturiscono dalla situazione oncologica, per consentire il mantenimento dell’equilibrio psicologico 2) Mobilitare meccanismi di difesa adeguati 3) rafforzare l’assertività comunicativa 4) favorire un nuovo adattamento e il continuum del progetto esistenziale del paziente che includa l’evento cancro Si tratta quindi di fornire al paziente un Io ausiliario che lo possa aiutare a superare la prima fase che, definita di shock, interviene subìto dopo la diagnosi. È un intervento che trova indicazioni nel caso in cui il soggetto abbia una struttura psichica sufficientemente integrata e delle risorse che dopo un primo momento di scompensazione gli consentano di adattarsi alla realtà mutata dall’evento neoplastico. Il secondo livello d’intervento è costituito dal sostegno integrato. Esso unisce agli obbiettivi dell’intervento precedente la possibilità di limitare gli effetti collaterali, delle terapie mediche e della malattia stessa. Si cercherà quindi di favorire l’ aderenza da parte del paziente ala terapia affrontando i problemi pratici legati alla chemio-radio-terapia all’ insorgenza di disturbi quali insonnia e anoressia al dolore. Il terzo intervento è costituito dall’intervento psicoterapeutico. Esso è attuabile solo dopo una valutazione di opportunità e fattibilità eseguita dal terapeuta ed una esplicita richiesta del paziente in tal senso. Tutte gli interventi quindi anche se diversi per origine teorica nonché per metodologia usata hanno come obbiettivi generali:
La psicoterapia con i pazienti oncologici si presenta con un concetto centrale e comune ai diversi modelli di intervento e cioè che la persona esiste su più livelli, tutti ugualmente importanti; fisico, psicologico, sociale ed è quindi con un approccio che integri queste dimensioni che più si riesce a mobilitare le risorse della persona e a farla muovere in direzione della salute. Esistono vari tipi di psicoterapia applicabili in oncologia, essi utilizzano metodologie di intervento differenti che derivano dai modelli teorici che li guidano. Nonostante questa eterogeneità di modelli e di tecniche è possibile individuare alcuni aspetti che sembrano accumulare i diversi tipi di intervento, delle costanti comuni che trascendono le cornici teoriche di riferimento esse sono:.
Negli ultimi anni la Psiconcologia ha fatto un notevole cammino anche in Italia ed è gradualmente emersa, nella pratica quotidiana con i malati, l’esigenza di ampliare l’ottica di osservazione e di attività per giungere a una riscoperta della teoria e all’elaborazione di una tecnica adattabile in modo specifico al singolo paziente e al suo vissuto. I vari modelli terapeutici di cui gli “operatori della psiche” sono portatori si trovano in notevole difficoltà nell’incontro con la persona malata di cancro: le difficoltà risiedono nel riuscire ad integrare e modulare il proprio strumento terapeutico nella relazione con ogni persona gestendo le dinamiche, qui fortemente investite, di transfert e controtransfert. L’aderenza acritica al modello teorico, che può essere difensiva rispetto alla sofferenza, impedisce l’autentico riconoscimento dell’altro. Non appare più possibile a tutt’oggi il riferimento ad un solo modello psicoterapeutico, soprattutto in funzione dell’elaborazione di un programma terapeutico che deve tener conto di diverse variabili: le esperienze individuali del paziente, le modalità di reazione soggettiva nei diversi stadi della malattia, l’ambito nel quale viene realizzato il programma terapeutico, gli operatori che lo realizzano. All’interno di una presa in carico globale del paziente oncologico si intersecano obiettivi, manifesti o latenti, che condizionano l’utilizzo di modelli di intervento centrati su piani diversi. |











