I Video




Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter!!







Aspetti psicologici dell'ospedalizzazione

Oltre alla malattia in sé, un ricovero ospedaliero, la necessità di un intervento chirurgico, sono evenienze tra le più critiche nella vita di una persona e di una famiglia. Se una simile situazione si verifica all'improvviso, il paziente si trova a dover gestire diversi tipi di problemi.

Infatti, l'ammalato ospedalizzato esce dalla dimensione spazio-temporale abituale e viene a trovarsi in una nuova dimensione, diversa, che gli procura innanzi tutto la perdita, sia pure temporanea, di un suo ruolo sociale e di aspetti della sua personalità che egli considera importanti.
Prova insicurezza, ansia, depressione. Nei casi più gravi angoscia, disperazione, senso di abbandono ed impotenza. I suoi familiari sono fortemente coinvolti e spesso condividono con lui sentimenti e situazioni difficili.

Anche i medici e gli infermieri possono sentirsi partecipi degli stati ansiosi dei degenti ed ancora di più gli amici o i volontari che visitano gli ammalati con l'intenzione di offrire un po' di conforto.

Il cambiamento di stato da "persona sana" a "persona malata" provoca al livello mentale un disorientamento. Un individuo che fino a poco prima aveva la sua casa, con tutte le sue comodità, i suoi familiari, un suo ruolo sociale significativo, si trova, d'improvviso, catapultato in un habitat in cui deve condividere stanza e bagno con persone estranee. Viene meno il diritto alla riservatezza.

Nonostante il ricovero in ospedale abbia come obiettivo la cura e possibilmente la guarigione del paziente, tale evento porta con sé lo stress di un grande cambiamento. La paziente, già spaventata dalla malattia, si trova a dover fronteggiare diversi aspetti della sua nuova condizione: l’ospedale come ambiente fisico e sociale; il rapporto con il personale ospedaliero; le paure e il conseguente bisogno di rassicurazioni e infine, in alcuni casi, i problemi psicologici legati alle malattie. Esistono, dunque, una serie di fattori oggettivi che ogni ospedalizzato deve fronteggiare ed esistono una serie di fattori personali – psicologici e sociali - che vanno ad interagire coi primi dando luogo a reazioni differenti.

Senza dimenticare che un grave disagio viene percepito anche dalla famiglia, che rappresenta anche una delle più ricche fonti di risorse per il malato, l'’ambiente fisico dell’ospedale provoca ansia ed irritazione, senso di minaccia, frustrazione e depressione per una serie di fattori:
  • lontananza dalla famiglia,
  • abbandono delle vecchie abitudini,
  • organizzazione e orari dell’ospedale,
  • rumori,
  • limitazioni dello spazio personale ed infine
  • perdita della propria intimità.
Dal momento in cui entra in ospedale, e in particolare nella sua camera, la paziente, mentre è già preoccupata per la sua malattia e quindi piena di ansie, è obbligata a sperimentare una serie di situazioni nuove: deve indossare una camicia da notte o un pigiama rinunciando a simboli di identità personale come i vestiti, fare conoscenza con le altre degenti della camera, entrando a far parte di un ordine sociale nuovo e a lei sconosciuto, relazionarsi al personale medico e infermieristico, sottoporsi ad esami, deve essere infine collaborativa e passivamente disponile a tutte le decisioniche verranno prese. Ne consegue un impatto psicologico, che si può manifestare con reazioni difensive come ansia, aggressività, regressione, depressione, isolamento, che fanno parte di un processo (che se non sostenuto può rimanere un tentativo fallito) di adattamento alla nuova realtà.

L’ansia è un vissuto molto comune, anche perché può essere manifestata in relazione a tutti gli aspetti e le fasi dell’ospedalizzazione. Si esprime attraverso alterazioni fisiologiche come quella del sonno, elevati livelli di eccitabilità ed irritabilità. E’ necessario abbracciare queste reazioni procurando rassicurazione, mentre ansiolitici e ipnotici non comprendono il bisogno sottostante e quindi non risolvono il problema.

L’aggressività può essere una reazione al vissuto di ansia, alla paura di diagnosi e terapie e più in generale alla percezione che i propri bisogni e necessità non vengano capiti e soddisfatti.

Per regressione s’intende il ritorno ad uno stadio di sviluppo precedente, con l’attuazione di comportamenti tipici di tale stadio. La persona diventa passiva e dipendente dalle cure degli altri e tale situazione è funzionale al processo di guarigione, perché comporta un risparmio di energie, sempre a condizione che non si prolunghi troppo a lungo.

La depressione è una reazione normale alla perdita dell’ immagine positiva, invulnerabilmente sana e indipendente di sé. E’ adeguato favorirne il superamento attraverso un atteggiamento di comprensione e condivisione.

L’isolamento si realizza attraverso comportamenti o parole che rendono difficoltosa la relazione terapeutica. In nessuno di questi casi è adeguato opporsi in modo diretto, sembra invece che l’instaurare una relazione di fiducia e condivisione con il paziente favorisca il processo di adattamento.

Da queste considerazioni risulta necessario un cambiamento di approccio al malato
. Spesso infatti il personale ospedaliero si relaziona alla patologia, anziché alla persona, dimenticando e soprattutto sottovalutando il fatto che un successo terapeutico dipende anche dalle risorse e dal vissuto del soggetto. La proposta è un cambiamento da una visione tradizionalmente medica del concetto di malattia e di cura focalizzato sulla patologia ad un approccio orientato alla salute e alla persona, con la presa di consapevolezza dei bisogni non solo fisici, ma anche psicologici e sociali, caratteristici di ogni singolo individuo.

Viene da chiedersi quali sono tali bisogni, così come percepiti dai ricoverati stessi. Sei sono i fattori sentiti maggiormente come necessità da soddisfare:
  1. condizione fisica,
  2. rapidità ed efficacia dell’assistenza infermieristica,
  3. la responsabilità e l’attitudine del personale a prendersi cura di loro,
  4. l’alimentazione
  5. le spese mediche.
  6. l’informazione
  7. il supporto psicologico
Da ciò la necessità che sembra imporsi è quella di un processo interattivo centrato sul paziente. Una proposta viene dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), secondo cui bisogna avvicinarsi al paziente con un intervento di tipo educativo, mirato ad aiutare la persona a conoscere la malattia di cui è affetta, a comprenderne la terapia, a condividere tale comprensione anche con la famiglia, in modo da gestire le cure in maniera consapevole, aumentare la capacità di autovalutazione, poter prevenire possibili complicazioni derivanti da comportamenti inadeguati con il grande obiettivo finale di migliorare la qualità della vita.

Come si realizza nella pratica l’educazione terapeutica

Innanzitutto deputato a questo tipo di intervento non è un’unica figura professionale, medico, infermiere o psicologo, ma una equipe di tutti questi, per andare incontro nella maniera più completa possibile alle richieste del paziente e per trasferire a lui tutte le competenze necessarie per ridurre i sentimenti di frustrazione, ansia, incertezza.

L'atto chirurgico
Le prove diagnostiche e gli interventi chirurgici, con l’incognita dei loro esiti, provocano disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, timori sulla propria sorte. Spesso queste risposte emotive vengono aumentate dalla mancata o insufficiente comunicazione con il paziente da parte del personale ospedaliero. Si è osservato che pazienti correttamente informati sul proprio stato di salute, sulle prescrizioni mediche, sulle modalità di somministrazione dell’anestesia, sui rischi dell’intervento e sugli eventuali dolori post-operatori, hanno una degenza inferiore in termini di tempo e di uso di analgesici.

Contrariamente a quanto ritenuto di frequente dal personale, infatti, alcune ricerche dimostrano che in mancanza di informazioni precise sul proprio stato di salute, è facile pensare che la propria condizione sia più grave di quanto non lo sia in realtà. Molte ricerche confermano l’importanza delle informazioni oggettive sull’andamento dei processi organici, ma includono nella preparazione psicologica altri mezzi per ridurre l’ansia prima e dopo l’intervento: il training autogeno, utilizzato come tecnica di rilassamento, o una psicoterapia breve, per imparare a vivere in modo diverso le sensazioni spiacevoli, ne sono due esempi.

Quindi i fattori che vanno trattati adeguatamente per favorire i presupposti di una risposta positiva all’intervento e di una guarigione più rapida sono:
  • le informazioni oggettive fornite al paziente e alla sua famiglia
  • la gestione dell’ansia e delle paure (di morire, di non risvegliarsi dopo l’anestesia, di esito negativo, del dolore post-operatorio), più o meno forti a seconda di alcuni fattori individuali, quali capacità cognitive, stile di coping, età, variabili psicosociali.
Potremmo distinguere tre fasi durante la degenza di una paziente chirurgica con relative problematiche:
  1. Una fase preoperatoria, in cui la paziente, nella maggior parte dei casi, vive un elevato livello di distress psicologico. Questo particolare tipo di “stress negativo” caratterizzante tutti i tipi di ricovero, in questa situazione si acuisce e l’intervento chirurgico assume un carattere di ambivalenza, in quanto oscillante tra l’essere potenzialmente portatore di guarigione oppure di ulteriore sofferenza. Se questa ansia non viene ridotta, si rischiano reazioni aggressive, con ulteriore aumento del distress, prima, e difficoltà di riduzione del dolore, dopo. Se l’organizzazione dell’Io dell’individuo non è sufficiente, il vissuto di timore per un pericolo incontrollabile può causare nel malato un grave stato di depressione, insicurezza, irrequietezza, insonnia e incubi; in alcuni casi, a causa della situazione di forte dipendenza e passività, si possono attivare forti modalità di regressione. In questa fase è importante per il futuro andamento della malattia, capire e valutare se la paziente necessita di interventi preventivi per rendere questo periodo il meno stressante possibile. Soprattutto la donna deve affrontare fantasie connesse alla perdita del seno, che “coinvolge l’investimento lipidico relativo a quell’organo, nonché la modificazione dell’immagine corporea”
  2. L’anestesia, che costituisce uno degli aspetti più preoccupanti dell’intervento per la paziente. Le paure scaturiscono dal fatto che la paziente non è cosciente, non è sveglia, ma si deve abbandonare completamente alle mani del chirurgo e della sua equipe.La paziente ha paura di sentire dolore, di svegliarsi durante l’intervento o anche di non svegliarsi mai più. E’ corretto e adeguato per ridurre queste paure un’informazione il più possibile dettagliata.
  3. La fase post-operatoria, che è condizionata da queste informazioni, cioè quelle fornite prima dell’intervento. Come spiegato all’inizio, la durata della degenza e del dolore post-operatori e l’uso di farmaci è indirettamente proporzionale alla quantità e alla correttezza delle informazioni fornite alla paziente sul suo stato di salute e sull’intervento chirurgico.