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Spazio e Tempo

 

Per meglio comprendere la dimensione psicologica dell'ammalato, è opportuno fare alcune considerazioni sulle variazioni spazio-temporali che si determinano durante la malattia.

L'uomo ha bisogno di muoversi all'interno di queste due dimensioni, lo spazio ed il tempo, che gli appartengono, benché egli non ne abbia una consapevolezza costante. Lo spazio non è soltanto quello cosiddetto vitale, inteso cioè come la tridimensionalità assolutamente necessaria alla sopravvivenza.

Vi è un anelito continuo verso i grandi spazi: la stanza, la casa, la piazza, la città, le praterie, il mare, l'universo. La conquista del grande spazio è la conquista della libertà. La dimensione spazio viene peraltro profondamente modificata dalla velocità dei mezzi di comunicazione. E tale velocità non comporta soltanto lo spostamento nello spazio, ma attraverso i successi della tecnologia, anche la comunicazione del pensiero in tempo reale.

Il tempo è l'altra grande variabile, assolutamente fondamentale per rispondere ai bisogni di progettualità propri dell'individuo. Vi è un tempo regolato da eventi esterni, come l'alternanza delle stagioni, vi è poi un "tempo interno", di cui abbiamo una conoscenza non immediata e che è ritmato da quell'orologio biologico interiore che si avvale, allo stato delle conoscenze, di modificazioni biochimiche, ormonali, umorali, in buona parte conosciute.

Ciascuno di noi ha sicuramente fatto esperienza diretta dell'importanza dello spazio. Quando esso si riduce al di là di parametri accettabili, le reazioni possono giungere a stati fobici sino a fenomeni di panico. La corretta valutazione del tempo, invece, risente moltissimo dei nostri stati d'animo.

Tutti hanno sperimentato l'ansia, quando il tempo disponibile per un determinato compito è estremamente ridotto. Al contrario, il troppo tempo a disposizione a volte può determinare una condizione di noia, che in alcune circostanze e per determinati individui non è disgiunta dalla depressione.

Il nostro vivere quotidiano, dunque, si svolge in uno scenario nel quale spazio e tempo arrivano a dare, in condizioni particolari, una percezione di benessere o di disagio. Al di là dei nostri stati emozionali interiori, legati a problematiche conflittuali, e fatte salve le variazioni indotte da eventi esterni, una dilatazione o un restringimento del tempo e dello spazio possono rendersi responsabili di per sé di alterazioni psicoaffettive.

La malattia, al di là delle specifiche alterazioni sul piano organico, impone immediatamente una variazione spazio-temporale. Se è cronica e recidivante, può stravolgere completamente soprattutto il tempo.

La malattia relega in una stanza, in un letto, a volte in uno spazio ristretto ed imposto da specifici accertamenti e terapie. Basti pensare alla condizione di spazio imposto durante una terapia flebologica o al lettino chirurgico e al tubo della risonanza magnetica.

Il paziente ospedalizzato perde i suoi spazi. Lo spazio che l'ospedale rende disponibile per l'ammalato è sempre ristretto: una corsia, una stanza a più letti. Egli perde i suoi punti di riferimento: la strada, l'ufficio, la sua casa, i suoi mobili, i suoi oggetti. Spesso deve condividere con estranei i servizi igienici, il riposo, rinunciare alla sua privacy.

Il suo spazio si restringe non soltanto fisicamente, ma si restringe anche il suo spazio interno, costretto com'è a riferirsi ai ricordi e alla fantasia, in assenza di stimoli esterni. Si modifica anche lo "spazio relazionale".

Per esigenze istituzionali le relazioni con parenti ed amici sono estremamente ridotte e comunque mantenute su livelli superficiali. I rapporti sono soprattutto con il personale medico e paramedico. Ma ad un attento esame risultano di particolare rilievo le storie con i compagni di stanza. Cosicché lo spazio della stanza diventa un nuovo microcosmo per la realizzazione di un funzionamento affettivo necessario ad un diverso e provvisorio adattamento.

Con la scoperta di una malattia molto grave il tempo subisce un arresto. Quello che era lo svolgersi anche caotico e incessante della vita, con i mille impegni imposti dal vivere quotidiano e con la velocità legata al bisogno di esperire rapporti in tempo reale, come d’incanto rallenta notevolmente, quasi fino a fermarsi.

Nuovi soggetti e nuove situazioni entrano nella propria vita a scandirne i ritmi. Se la malattia è di breve durata e di lieve entità il processo temporale rallenta soltanto, anzi può divenire una salutare pausa per ritrovare sopiti interessi.
Ma se la malattia è seria e cronica, ed ancor di più a prognosi incerta, il tempo è stravolto.
E’ soprattutto il cancro che stravolge la dimensione temporale. Crolla la capacità progettuale, caratteristica peculiare dell’uomo. Il tempo non si proietta più al di là di poche settimane. I ritmi sono scanditi dai tempi delle terapie e dei controlli del follow-up, che in certi casi si trascinano per anni.

Alcuni studiosi affermano che il paziente oncologico sperimenti la dimensione dell’extra-time. Inteso come tempo che resta da vivere, l’extra-time è soprattutto una valutazione di cui tengono conto quanti si prendono cura di lui, come parenti o sanitari. Con tutte le fantasie che ne conseguono sino a quella del lutto anticipato che si vive in alcune famiglie.

Dal punto di vista del malato l’extra-time è soprattutto un “fuori del tempo”. Superata positivamente la malattia, questi pazienti apprendono una nuova dimensione temporale. I loro ritmi rallentano nuovamente. Colui che ha lambito il limite della morte comprende meglio la vita ed indugia ad assaporarne ogni attimo.

Ci sono pazienti che guariti hanno abbandonato l’uso dell’orologio come a dimostrare che la dimensione tempo finisce per essere una convenzione sociale, che può intralciare il libero fluire della vita.
Da questo punto di vista è possibile che si stabilisca una divergenza ideologica tra l’ammalato e il mondo, tra il paziente e i suoi medici. Essi si trovano rispettivamente a vivere un tempo rallentato ed un tempo accelerato e questo può rappresentare una prima barriera per una comunicazione efficace.

Ad esempio, un messaggio dato dal medico in pochi secondi trova nel paziente un ascoltatore che ha fin troppo tempo per elaborarlo e rielaboralo. Questa possibile ruminazione ossessiva diviene facilmente fonte di angoscia.

Un’analoga osservazione circa i disturbi della comunicazione può essere estesa anche per lo spazio. Lo spazio del paziente è, spesso, limitato. Lo spazio dei medici, degli infermieri, dei familiari e degli amici è proiettato in una realtà esterna assai più ricca di contenuti.

Una comunicazione empatica non può prescindere dalla conoscenza di queste variabili, che hanno un peso specifico di elevato significato. Anche la gestione del tempo subisce una modificazione.

Il tempo subisce dilatazioni o contrazioni anche in funzione del contenuto affettivo degli avvenimenti. La vigilia di esami diagnostici particolarmente impegnativi, ad esempio, comporta una dilatazione del tempo, dominato dall’angoscia e dalla paura per un risultato sfavorevole. Ciò accade anche per tutti gli interventi terapeutici vissuti con singolare apprensione: pensiamo al tempo delle chemioterapie.

Il follow up, benché rappresenti una modalità necessaria, rappresenta un “luogo temporale” impregnato di angoscia.C’è uno sforzo notevole per dilazionare nel proprio mondo fantasmatico le scadenze, quasi a voler allontanare da sé il timore di responsi infausti.

Anche qui il tempo determina una barriera tra medico e paziente. I sei mesi del prossimo esame sono per il medico un tempo dai significati esclusivamente statistici, ma per l’ammalato rappresentano una dilazione concessa alla propria sopravvivenza. Il tempo dell’indagine diventa interminabile ed ancora più lungo il tempo dell’attesa dei risultati.
Benché in termini profondamente diversi, questa percezione temporale distorta coinvolge spesso anche i familiari.

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