| L'ammalato terminale e incurabile |
![]() "Per tanti secoli si è cercato di convincere la gente a credere alle cose ultraterrene. Per me non è più questione di credere, ma di sapere: la morte è soltanto il passaggio ad una casa più bella!". E ancora: "La morte è un passaggio ad un altro stato di coscienza, in cui si continua a sentire, a percepire, a vedere, a ridere ... e si continua a crescere psichicamente e spiritualmente". Queste parole sono della dott.ssa Elisabeth Kübler-Ross; medico, psichiatra, docente universitario, una Svizzera di origine che ha vissuto e lavorato per molti anni negli Stati Uniti. Con coraggio ha affrontato un tabù epocale compiendo un opera pionieristica nel campo dell'assistenza ai malati terminali e della ricerca sulla morte ed il morire. Per questi suoi lavori scientifici le sono state conferite da diverse università lauree honoris causa. Grazie al suo impegno e alla sua instancabile attività, l'assistenza ai morenti e la ricerca sulla morte sono divenute oggi di grande attualità. Il suo maggiore successo editoriale, “Sulla morte e sul morire” (1969), la rese un’autrice di fama mondiale, basti considerare che ancora oggi questo sconvolgente libro è inserito in molti programmi di istruzione per medici, infermieri e psicologi, n cui si descrivono le varie fasi psicologiche che gli ammalati gravi generalmente attraversano, tutte o alcune di esse, prima di giungere al termine della loro dolorosa esperienza.. I "cinque stadi psicologici del morire" (rifiuto, rabbia, negoziazione, depressione ed accettazione) menzionati nel suo libro sono ormai considerati una conoscenza acquisita nel mondo. Sono stati d'animo e comportamenti inconsci che l'autrice ha potuto osservare nella sua pratica ospedaliera, confermate da molti altri operatori sanitari in circostanze simili. Il suo lavoro ha dato energia vitale al movimento per gli hospice negli Stati Uniti. Anche in questo caso si tratta di strategie che gli ammalati attuano inconsapevolmente per difendersi da un eccesso di stress emotivo. Un rituale in cui ogni fase consente un progressivo adattamento ad una situazione altrimenti inaccettabile ed insostenibile. Non tutti i pazienti terminali sperimentano tutte le fasi, o nella successione suindicata; alcune possono ripetersi, ma alla base c'è sempre presente, o almeno latente, la speranza. La prima fase, quella del rifiuto e isolamento, corrisponde ai meccanismi di difesa, cui abbiamo già accennato in precedenza. L'inatteso impatto con una diagnosi infausta provoca, il più delle volte, anche in persone abbastanza esperte, incredulità e rifiuto. Si pensa ad errori negli esami clinici, a scambi di provette o di risultati. Si ripetono gli esami presso un altro laboratorio, si passa da uno specialista ad un altro (che non di rado forniscono diagnosi contrastanti o incerte). Occorrono molte conferme e soprattutto un po' di tempo per riuscire a confrontarsi con una realtà senza vie d'uscita. Spesso la persona ha bisogno anche di allontanarsi dagli altri, di ritirarsi in se stessa a rimuginare, più che a riflettere, finché sarà in grado di affrontare le nuove evenienze. Per questo motivo è veramente auspicabile usare prudenza e delicatezza nell'informare un paziente delle sue condizioni. Il medico deve comprendere e adeguarsi ai modi e ai tempi della persona che gli è affidata e, in ogni caso, deve mantenere e trasmettere la fiducia e la volontà di combattere. Anche se viene meno una ragionevole aspettativa di guarigione, il paziente non deve mai dimenticare la sua dignità di persona umana, ma impegnarsi in obiettivi ed interessi, compatibili con la sua condizione, che mantengano un certo livello di vitalità. La speranza è giustificata dai continui e innegabili progressi della scienza. Nuovi farmaci, nuove terapie, mezzi diagnostici che consentono esami sempre più approfonditi e precisi, il perfezionamento delle tecniche chirurgiche, gli approcci multidisciplinari, possono lasciare ampi spazi alla speranza. Anche della collera abbiamo già parlato, dell'atteggiamento aggressivo o dei modi sgarbati che alcuni ammalati assumono a volte, prendendosela con la sorte avversa, con i medici, perfino con chi si dimostra più comprensivo e generoso. Bisogna rispettare anche questa fase critica. Il più delle volte il paziente, se avverte intorno a sé un clima di rispetto e discrezione, finirà con l'accettare la propria condizione. Patteggiamento: quando il paziente comincia ad accettare l'ineluttabilità della sua condizione, cerca di venire a patti con il tempo e con la sorte. E' frequente sentire frasi come questa: "Vorrei almeno vedere mia figlia sposata!", "Chi sa se arriverò a vedere la laurea di mio figlio!" Sono tentativi, anche scaramantici di guadagnare tempo, di aumentare le aspettative di vita. Nella maggior parte dei casi, dopo un po' di tempo subentra la depressione, il paziente cede le armi e si lascia andare; diventa malinconico, taciturno, inappetente, spesso con disturbi o disordini del sonno. Molte persone, dopo aver elaborato tutti o alcuni di questi stadi, arrivano alla fase più matura dell'accettazione, assumono un atteggiamento più aperto e sereno ed accettano l'evento temuto della morte come il naturale, ultimo atto, della vita. In questa disposizione d'animo, riescono perfino ad essere loro di conforto agli altri. |












